Subscribe:Posts Comments

You Are Here: Home » Formazione e Cultura, Lavoro e Questioni Sindacali » TABÙ LAVORATIVI E TOTEM – la cosiddetta “riforma del lavoro”

Una puntuale analisi marxista per capire le dinamiche intrinseche della lotta di classe nel 2012 e fare il punto della situazione.

di Carla Filosa,  La Contraddizione

____________________________________________________________

Una strana follia possiede le classi lavoratrici

delle nazioni in cui domina la civiltà capitalistica. È una follia

che porta con sé miserie individuali e sociali

che da due secoli stanno torturando la triste umanità.

Questa follia è l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro,

spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie.

… E questi miserabili che hanno appena la forza di tenersi in piedi,

vendono dodici o quattordici ore di lavoro a un prezzo due volte inferiore

 di quando avevano il pane nella credenza.

E i filantropi dell’industria eccoli approfittare della disoccupazione

per fabbricare ancora a miglior mercato.

[Paul Lafargue, Il diritto all’ozio, 1880]

“Follia” al lavoro

Ecco di nuovo al grido di “lavoro, lavoro” questa follia riaffacciarsi tra le classi lavoratrici su base sicuramente europea, ma, senza timore di sbagliare, anche planetaria. Dall’ironico libretto di Lafargue – ormai pressoché caduto nell’oblio proprio da parte dei nostri nuovi “folli” – si possono però trarre riflessioni più che mai utili per l’oggi. Data la conduzione sindacale delle coscienze dei lavoratori, per lo più deviante dalla necessità del conflitto ai fini della difesa non solo dei propri diritti – conquistati in due secoli di lotte – ma anche e soprattutto della propria vita, è bene rammentare ancora cosa significhi lavoro in un sistema di capitale come ancora l’attuale.

Dai roghi di Atene, agli scioperi europei (manifestatisi in particolare nei paesi piigs) e alle contrattazioni, in Italia, ancorate al dilaniamento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, emergono forme di dissenso più o meno spontanee o scarsamente organizzate, sicuramente mai coordinate nel loro insieme internazionale. Alle invocazioni di un sospirato “lavoro” si aggiungono proteste o rivolte per l’aumento delle tassazioni, o l’ab­battimento di un reddito sociale attraverso l’erosione della spesa pubblica, delle pensioni, dei redditi da lavoro, ecc. di cui i governi in carica si rendono tramite per le imprescindibili direttive sovranazionali. Questa la nuda fotografia dei fatti. Siccome però i “fatti” mostrano solo un’evidenza frantumata, sono cioè muti, non dicono nulla delle cause che li hanno prodotti e ancor meno delle conseguenze che da essi si sprigionano, chi cerca ancora di capire è costretto a ricorrere agli strumenti teorici disponibili, per stabilire nessi che li colleghino e che solo così possano animarsi di senso.

Se chiedere lavoro è follia, seguendo l’amara ironia di Lafargue, è follia ancora maggiore – e certo fuor d’ironia – dare credito alla propaganda di un sistema che ha sempre sbandierato che al lavoro salariato è legata la propria “dignità”, e che questa dipende dalla “volontà” di chi è ridotto a sostenersi vendendo le proprie energie, entro il recinto di un mercato che ammassa solo forze espropriate. Anche in una canzone di Lucio Dalla, sicuramente più vicino alla realtà, si incontra un verso che recita “…non c’è più lavoro – non c’è decoro…”

Un massimo di chiarezza ce l’ha fornita la sentenza relativa ai lavoratori dell’amianto. Quelli ancora vivi, o i familiari di quelli morti, hanno sperimentato nel dolore e nei decessi quel lavoro come “follia”, e solo dopo più di sessant’anni una sentenza giudiziaria – e ancora in attesa di appello – riesce a inchiodare ai piani aziendali responsabilità e indifferenza per le vite di chi lavora. Preso come emblema di tanti altri lavori nocivi e usuranti che qui non si possono elencare, quel tipo di lavoro – di cui si conosceva la portata esiziale per la fabbrica, oltre che per la società, e in tutto il mondo – è stato “follia” invocarlo. Se, in questo caso, il numero delle vittime è incalcolabile sia per il passato che per il presente (si continua a morire per mesotelioma costantemente, oltre alle morti non rilevabili per prescrizione!), con una stima approssimativa di 2.191 nel solo Casale Monferrato, non deve però stupire l’imperturbabile avvicendamento al lavoro degli operai in vita, costantemente e generalmente prelevati da una sovrappopolazione predisposta all’uopo.

Eppure questo meccanismo sociale funziona da tempo. Già dal 1863 una commissione parlamentare londinese, nel disporre necessaria la pausa pasto per bambini e adolescenti lavoratori, equipara questi alla macchina a vapore cui si fornisce acqua e carbone, o alla lana cui si dà il sapone o alla ruota cui si dà olio, definendoli “materiale ausiliario del mezzo di lavoro” [K.Marx, Il capitale, i.1,8, Children’s employment commission]. Da sempre i lavoratori, a qualunque età immessi nella loro funzione, sono solo pezzi di ricambio nel processo di produzione. Invece di credere, allora, a quella che per Lafargue era la “Religione del capitale” che ordina di lavorare dall’infanzia fino alla morte, compenetrato al punto da avere il lavoro come sua sola preghiera, il salariato farebbe bene a seguire il consiglio di poeti e filosofi – sempre che arrivasse a conoscerli! – compendiati dall’occhiello di Lessing citato nel testo: “Diamoci all’ozio in ogni cosa, fuorché nel­l’amore e nel bere, fuorché nell’oziare”. Quel salariato, in tal caso, non sarebbe più lavoratore salariato necessitato, avrebbe già spezzato il suo rapporto di dipendenza dal capitale, emancipazione per il momento invisibile per tempi e modi a venire. (Per amor di chiarezza, l’otium, in antico, era nutrimento dello spirito, condizione per coltivarsi cui occorreva tempo liberato dal lavoro, e niente affatto accidia o inerzia priva di volontà).

La “riforma del lavoro”

La “riforma” in corso dovrebbe rivelare almeno una cosa. Nella fase attuale dove è palese l’impasse del capitale – crisi di sovrapproduzione, recessione, bolle speculative, crisi creditizia, boom della corruzione, crisi della legalità, ecc. – si mette mano alla “riforma” del non-capitale, ovvero del lavoro. Quella che passa sotto l’appellativo apparentemente neutrale, o “nuovista”, di riforma è in realtà la stantìa necessità di riorganizzare l’uso del lavoro salariato su una base capitalistica più favorevole alla “ripresa” di un capitale ormai agonizzante. Per questo, lo scambio effettuato formalmente equo col lavoro salariato, deve ora incrementare al massimo la sostanziale iniquità intrinseca ai danni di quest’ulti­mo, nell’ossessione costante dell’abbatti­mento dei propri costi.

In questo modo di produzione la disposizione temporalmente determinata sulla forza-lavoro venduta dà diritto al capitale di fissare unilateralmente il costo della quantità di lavoro oggettivato (a prodotto realizzato) di cui il lavoratore è capace. “È questo lavoro la misura generale della quantità di valore (il lavoro che si è materializzato nella merce prodotta), della somma di denaro che l’ope­raio riceve in cambio” [K. Marx, Lineamenti, Q.ii]. L’arbitrarietà, o il diritto di comando, di cui sopra, si esercita sull’uso insindacabile, qualitativo di una forza, attitudine, capacità psico-fisica venduta invece dal lavoratore al suo compratore come una qualsiasi merce, cioè come quantità di valore scambiabile. Tale quantità (misurata temporalmente, di fatto anche nel cottimo, a rendimento solo in apparenza) viene così scambiata con denaro, pattuito nella sua forma monetaria, che a sua volta è destinata a svanire nello scambio (l’acquisto necessario) con i mezzi di sussistenza. Mentre cioè il lavoratore vende la sua merce per continuare a vivere, il compratore l’acquista per arricchirsi. Con questa particolare merce (sola) creatrice di valore può infatti aumentare il valore prodotto ad libitum, con l’intensificazione, la gestione intermittente, la riqualificazione imposta, ecc. del suo uso, una volta appropriato.

Inoltre, la ripetizione apparente dell’atto dello scambio (forza-lavoro contro salario) è in realtà un unico scambio parcellizzato nel tempo dell’intera capacità lavorativa (per venti, trent’anni o una vita intera) di ogni lavoratore, interrotta solo dal limite fisiologico o naturale delle energie erogabili. L’attuale “riforma” si inizia, molto prima del cosiddetto governo tecnico, almeno dalla richiesta impositiva di Marchionne alla fabbrica di Pomigliano. Solo oggi emerge sotto gli occhi tutti che quella era una prova anticipata dei diktat generalizzabili del capitale mondiale, con l’evidenziazione dei tempi lenti ma inflessibili dell’attacco alla svalorizzazione della forza-lavoro. Allora si parlava principalmente di intensificazione lavorativa fino al limite fisiologico, imponendo cioè spese energetiche quanto più possibile senza interruzione, con pause nelle zone morte per la creazione di valore. Attraverso questo, si avviava poi il ricatto sull’“intera capacità di lavoro” di tutta una vita (con la minaccia della perdita del posto, la delocalizzazione, la chiusura della fabbrica), a repentaglio se fosse prevalsa la priorità del bisogno di vita personale indipendente dal proprio lavoro. La salute o la vita, è stato il primo ballon d’essai che ha saggiato il terreno di una conflittualità sociale contenibile. In cambio, la cessione di ricchezza che il capitale (in questo caso Fiat) avrebbe effettuato nel pagamento del salario – quantunque anche aumentabile per la parte nominale – sarebbe diminuita in rapporto all’au­mento della produttività della forza-lavoro.

Forte dell’accordo con Chrysler, Marchionne ha determinato fratture sociali nel ribadire l’insindacabile disponibilità proprietaria sull’uso della forza-lavoro venduta. A quasi due anni di distanza, ecco la cosiddetta “riforma del lavoro” pilotata dal governo Monti, che avalla appunto quelle richieste generalizzandole, moltiplicando i piani di ricatto all’impoverimento, ma con sapienti cautele circa lo spegnimento costante della conflittualità sociale. Se quest’ultimo obiettivo sarà effettivamente raggiungibile ce lo dirà la storia futura; capire e praticare la lotta contro gli abusi continui, è però la nostra necessità di questo oscuro presente.

La “riforma” si è iniziata con l’attacco alla parte più debole del salario sociale: le pensioni o salario differito. In contemporanea si è lavorato intorno a temi diversi – evasione fiscale, nuove tassazioni e in particolare aumento di quelle indirette, giustizia, tagli alla spesa pubblica, ecc. o salario indiretto – che avrebbero costituito, insieme ad un effetto polverone, anche l’impressione generalizzata di un’“equità” verbalmente sbandierata. Che quest’ultima non riguardi minimamente la “riforma del lavoro” è nelle cose, data la sotterranea erosione del salario diretto, per chi lo mantiene, per quanto su esposto e per la desertificazione di altri redditi di cui quello superstite diviene l’unico sostituto. La “nuova” organizzazione del lavoro va nella direzione di realizzare definitivamente quella che Marx chiamava, per il lavoro, la “miseria assoluta: la miseria non come privazione, ma come completa esclusione della ricchezza oggettiva” [K.Marx, Lineamenti, Q.iii]. Chi, cioè, si trova nelle condizioni di dover vivere del proprio lavoro, per sé stesso in astratto non ha alcun valore, è spogliato di tutto, finché non si oggettiva, non si concretizza nell’attività lavorativa. E questa oggettivazione è possibile oggi solo passando attraverso la frantumazione di ben 46 tipi di contratti lavorativi.

A questa realizzata atomizzazione dell’identità lavorativa (atipica, precarizzata, dequalificata, ecc.) c’è da aggiungere anche l’incertezza degli ammortizzatori sociali. La partita, qui ancora aperta, si gioca sulla capacità di tenuta del potere sindacale relativamente ad un minor sostegno per i lavoratori nel loro insieme. Se si manterrà la promessa del ministro, bisognerà attendere un anno e mezzo per l’entrata in vigore dei nuovi ammortizzatori, e questo dopo che almeno altri trecentomila (previsti) posti di lavoro saranno scomparsi nella recessione in atto. Anche qui la novità riguarderà una cassa integrazione solo per le aziende che ce la faranno a rimanere sul mercato, e non le altre, più di duecento, che ancora hanno vertenze in corso al ministero dello Sviluppo economico. L’innalza­mento dell’età pensionabile e l’abolizione delle pensioni di anzianità non permetteranno più di usufruire di accordi con “mobilità lunghe” di accompagnamento alla pensione, in caso di perdita del lavoro. Verrà abolita la cassa integrazione straordinaria, che serviva a garantire ancora il mantenimento del posto di lavoro o comunque a poterne cercare un altro, e quella in deroga finanziata da stato e regioni, per cui furono stanziati più di 10 mrd € tra il 2009 e il 2012. Il capolavoro governativo riguarda però la cosiddetta flessibilità in uscita, ovvero licenziamenti con ammortizzatori sociali ripartiti sui dodici milioni di dipendenti, in carico alle sole risorse già esistenti.

Nella “riforma” si prevede, per quest’ultima, un contributo anche da parte delle piccole imprese, che si trovano così su un altro fronte rispetto a Confindustria, Abi, cooperative e assicurazioni. Per Landini “sostituire la Cigs con l’in­dennità di disoccupazione è come aprire ai licenziamenti collettivi di fronte alle riorganizzazioni aziendali” [la Repubblica, 19.2.2012]. Ma per estendere la cassa anche a chi non ce l’ha – come auspicherebbe – bisognerebbe estendere anche le risorse, quando si troveranno e su quali importi stanziabili.

L’analisi di Marx su come contrastare le cause della caduta del saggio di profitto, legge tendenziale nel sistema di capitale, indicava: “Prolungamento della giornata lavorativa, … che accresce la massa di pluslavoro acquisito … conversione in plusvalore della maggior possibile quantità di una determinata massa di lavoro, … impiego in proporzione al capitale anticipato del meno possibile di lavoro … riduzione del salario al di sotto del valore della forza-lavoro” [K. Marx, Il capitale, iii.1]. Pur non annullando la tendenza intrinseca, questa misura prioritaria ne rallenta il corso quale fattore antagonistico. I numeri italiani di questo salvataggio del capitale dalla sua crisi sono allora: una disoccupazione al 9,2%, dove quella giovanile (15 – 24 anni) sale al 31,1%, con gli inattivi (15 – 64 anni) al 37,3%; 2 milioni e 312 mila disoccupati troveranno una cassa integrazione (non più straordinaria o in deroga) e un’indennità di disoccupazione in caso di perdita involontaria del lavoro che, in assenza di ulteriore impiego di capitali, risulterà inevitabilmente irrisoria per tutti per entità e durata.

Art. 18 come tabù

Hanno detto che nella riforma non ci devono essere “tabù”: Monti, Marchionne, Berlusconi, Veltroni e infine il ministro Fornero. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, espressione legale di regolazione della contrattualità vigente in materia di licenziamenti, viene evidentemente così percepito: un divieto da rimuovere. L’uso di questo termine così ripetuto richiede un ripristino di senso sociale. Nella letteratura antropologica e psicoanalitica il tabù sta a indicare qualcosa di estraneo e ostile, dove si teme un qualsiasi pericolo reale o immaginario. Un totem considerato protettivo di una determinata comunità lo istituisce per evitare elementi di disturbo e lacerazioni del tessuto individuale e sociale. Sottratto ad ogni spiegazione storica o dialettica, diviene un patto, un obbligo sociale, per mantenere il legame interno di un clan. Nel concetto di tabù si annega così la specificità della sua origine determinata – la tutela sindacale conquistata, in questo caso – origine che, in quanto obsoleta e perciò inadeguata nel mercato del capitale globalizzato, va smantellata prima possibile. L’obsole­scenza dell’articolo risale al 1970, regolando la reintegrazione sul posto di lavoro nelle aziende con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo. Se si è stati licenziati senza “giusta causa”, l’articolo dispone che il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro e recuperi le mensilità perse. Questo, ad esempio, è stato il caso dei tre licenziati Fiat di Melfi, che la recente sentenza in appello ha reintegrato, mentre la dirigenza aziendale ancora impedisce loro la ripresa effettiva del lavoro in reparto.

Per questo il sindacato insiste nell’intangibilità di questo articolo di cui difende il valore simbolico. L’attacco al totem-sindacato è fin troppo evidente. Scardinando il limite imposto alla proprietà aziendale, questa può disconoscere anche la forza contrattuale che l’aveva determinato, senza il cui annullamento permane la minaccia alla gestione assoluta della forza-lavoro. Non è tutto. Senza l’articolo 18 si azzera – sul piano giuridico – anche la memoria di una conflittualità che non solo era considerata strutturale, ma era in grado di materializzarsi in vittoria sociale sui soprusi, anche per le generazioni future.

Nell’arte mistificatoria del ministro – il cui compito è obbligare al consenso – oltre all’ancestrale “tabù”, ricorrono altre aggettivazioni o circonlocuzioni indistinte come “riforma profonda”, “flessibilità buona”, “evoluzione universale del sistema degli ammortizzatori”, “rimodulazione” di quelli attuali, “mercato funzionale e dinamico”, “rete di sicurezza” [cfr. flexsecurity, in Quiproquo 122], “l’onda positiva” ed altre enfasi accattivanti ma vuote di contenuti. L’uni­co totem con diritto di istituire tabù – verrebbe da replicare – dovrà essere il capitale il quale, da ogni parte, sta spargendo messaggi mediatici per cui “niente più sarà come prima” (frase cara a Bush jr. prima della guerra all’Afghanistan). Se i lavoratori hanno storicamente strappato qualche garanzia difensiva, meglio rimuoverla confondendola nell’astratto divieto sacralizzato, a favore del “bene comune”, altrimenti detto mercato mondiale. Spostare o eliminare la forza-lavoro eccedente o scomoda, senza limiti legali, deve così costituire il principio basilare su cui far ricadere i costi competitivi sui lavoratori, resi così fluttuanti tra licenziamenti e assunzioni che, anche se numericamente in aumento, sono sempre decrescenti in rapporto alla scala produttiva. Che poi questa fluttuazione possa risolversi definitivamente nella pletora dei lavori irregolari, o nell’ingres­so nella povertà senza uscita, fa parte dei famosi “sacrifici” che il totem dominante ha facoltà di esigere. La segmentazione del vasto mercato “giovane” e flessibilizzato, perciò destinato alla precarietà, diversamente da quello più garantito e numericamente ristretto dovrebbe essere superata secondo il modello tedesco. I buoni propositi, le belle parole possono sicuramente irretire la conflittualità sociale – e questo è il senso della lunga lettera di Fornero a La Stampa del 4 marzo scorso – ma la mancanza di finanziamento all’innovazione, per ora oggetto di stallo della riforma, non potrà eludere la realtà della recessione su cui si continua a gettare fumo.

Questa “democrazia” non dà conto del fatto per cui l’accumulazione di miseria della popolazione lavoratrice – oggi più rapida che in passato – è solo il lato speculare dell’accumulazione di ricchezza a lei sottratta. Il tormentone sulla “sobrietà”, la seria riservatezza dei singoli individui, la loro eccellenza professionale, eccetto le gaffes, tutto tende a fornire un’immagine di affidabilità e credibilità di un mandato disinteressato di tecnici al lavoro. Non emerge da questo quadro impeccabile l’incarnazione di una riorganizzazione sociale di restrizione alle sole classi alte dei vantaggi profittevoli, mentre le classi medie e medio piccole dovranno sparire o ingegnarsi a sopravvivere con sempre maggior sforzo, il proletariato senza diritti basterà poi che emerga ogni tanto dall’affollamento del pauperismo per il poco lavoro residuo da spartire. Una forte pressione e controllo fiscale sugli impoveriti farà conto sui “cittadini onesti”, mentre i grandi evasori, tra paradisi e condoni solo più calibrati, potranno continuare a ritenersi al riparo dai troppi rimorsi dell’equità.

Se al momento l’articolo 18 riguarda circa il 65% dei lavoratori dipendenti (su quasi 12 milioni di operai e impiegati quasi 7,8 milioni possono beneficiarne), esso andrebbe esteso anche agli altri restanti. Dal 1966 esiste il “giustificato motivo oggettivo” per licenziamenti dovuti a cause economiche, effettuabile di fronte al giudice. La tutela fu istituita per limitare gli arbìtri padronali che Fornero dichiara di mantenere sotto controllo, ma senza necessità di ricorrervi. A tutt’oggi le controversie legate all’articolo 18 non risultano numerose. Gli ultimi dati Istat, riferiti al 2006, riguardano circa 8.651 casi, di cui circa la metà si sono conclusi – dopo lunghe procedure – a favore dei lavoratori che per lo più non sono rientrati nel posto di lavoro temendo ostilità padronali. Senza più intralci legislativi, i tanti Marchionne potranno non solo investire con tranquillità in Italia, ma anche risparmiare avvocati per lunghe cause, così come per ogni altro disturbo d’immagine. Inutile per le discussioni attuali, viene infine considerato questo articolo 18 da un padrone come De Benedetti. In veste di progressista – come tanti “democratici” peraltro – giudica irrilevante la sua incidenza reale nei rapporti col lavoro ma, inconsapevole dell’ironia, chiede di mantenerne lo “spirito” modificandone solo l’effica­cia.

L’obiettivo ultimo governativo sembra ora lasciare l’articolo come punto finale della riforma e non utilizzarne più la problematica come sviamento dai nodi centrali che la caratterizzano. Rendere più veloci le vertenze giudiziarie ancora in corso sembra per ora l’unica mediazione proposta da Camusso, mentre l’ir­removibilità della sua rimozione proviene dalla richiesta sovranazionale della Bce. Non c’è accordo neppure tra Confindustria e il fronte delle piccole imprese con meno di 15 addetti – su cui cioè non ne è prevista l’ap­plicazione – che non hanno utilità di scontri su questo piano.

Liberalizzazioni

La “novità” dell’attuazione delle “liberalizzazioni”, o mondializzazione dei capitali, risale almeno al 1997, dai documenti del Fmi in merito ai movimenti dei capitali internazionali, all’indomani delle crisi asiatiche e delle speculazioni del cosiddetto flying capital. Era chiaro allora che si trattava della “libertà” degli investimenti o speculazioni di capitali transnazionali, che avrebbe determinato ripercussioni sui pesi da dare alle vecchie valute nazionali. Il Fmi stabiliva delle regole non per i flussi di capitale in movimento ma per gli stati che avrebbero dovuto garantire: trasparenza dei conti pubblici, dominio legislativo per mantenere la fiducia dei “mercati” e lotta alla corruzione, su cui Bm e Fmi stesso avrebbero tracciato percorsi preferenziali (riforme istituzionali del tesoro, preparazione e approvazione dei bilanci, amministrazione del fisco, operazioni della banca centrale, ecc.). Il tutto sintetizzato nel termine “governance” o “buon governo”, a cancellazione del necessario incremento delle disuguaglianze sociali, di cui solo ora si vede generalizzato il progressivo avanzamento, e non solo nei paesi europei.

La formazione di forti sistemi finanziari, bassa inflazione e sviluppo stabile sui mercati maturi avrebbero permesso ulteriori ricerche nei mercati del debito per rendimenti sempre maggiori. Ciò che qui interessa è che, in assenza della flessibilità dei cambi e di politiche monetarie nazionali, risultò fondamentale premere per attuare riforme del mercato del lavoro, dove la disoccupazione era già in costante aumento. Per l’assorbi­mento di perturbazioni economiche asimmetriche era necessario elevare la flessibilità lavorativa ove possibile, unitamente alla marginalizzazione di popolazioni appartenenti ai paesi industrializzati oltre che a quelli in via di sviluppo. La cosiddetta globalizzazione comportava nella “deregolamentazione” una dominante finanziaria nei movimenti di capitale, gestita dai governi Usa e inglesi, che avrebbe accentuato la gerarchizzazione tra paesi, manovrabili entro i circuiti di finanziamento del debito pubblico (“securizzazione”). Si generalizzarono le “delocalizzazioni” generando una concorrenza tra lavoratori di diversi paesi o all’interno di uno stesso paese, con l’abbattimento delle legislazioni sul lavoro, degli accordi salariali nazionali, con la spaccatura o messa in disparte dei sindacati. Dopo almeno una quindicina di anni, questa “liberalizzazione” ha portato i suoi frutti.

Ora, con lo stesso termine, ci si appresta in Italia al varo di una nuova regolamentazione delle attività lavorative – con l’altisonante denominazione di “Cresci Italia” – per molte delle quali viene ridimensionato il reddito, redistri­buendolo con un incremento di competitività interne. Quella riforma del lavoro auspicata al­l’inizio del processo di arbitraggio del capitale finanziario mondiale, viene oggi effettuata sotto la pressione speculativa e ricattatoria denominata “debito nazionale”, cui si chiama alla collaborazione tutta una popolazione in cui cancellare definitivamente ogni identità di classe. In Italia lo stato corporativo si sta riorganizzando nelle forme capillari dei settori lavorativi, come necessità di sopravvivenza entro una crisi senza investimenti, dove il comando si ammorbidisce nella “concertazione”, il “welfare” viene chiamato “superato” (dichiarazione di Mario Draghi), la disoccupazione ufficiale è in rapida salita con picchi più alti nel sud, i salari sono i più bassi in Europa, l’occupazione femminile riguarda solo la metà della popolazione di genere, ecc.

In attesa del maxi-emendamento finale, su cui probabilmente il governo porrà la fiducia, liberalizzazioni e Ici (Imu) per la Chiesa cattolica sembrano dover condurre a: un quadro di incrinatura di oligopoli per le prime, e di alleggerimento del peso contributivo per lo stato a favore del Vaticano per il secondo. Per quanto riguarda la Chiesa – per cui valgono ancora le ultime norme concordatarie firmate da Craxi – gli slittamenti dell’entrata in vigore (dal 2013 al 2016) di alcune parti del testo governativo (altre già omesse in forma silente), oltre a sapienti modifiche delle “modalità commerciali” in “modalità industriali”, del mancato conteggio di immobili di interesse storico artistico anche se luoghi di attività commerciali, come pure delle scuole confessionali che naturalmente operano “senza fini lucro e spesso per le fasce più disagiate” (stesso discorso per ospedali, associazioni, partiti, sindacati), evidenzia l’anodino principio per cui rette e finanziamenti non sono attività commerciali se servono a sostenere costi di gestione. L’art. 33 della Costituzione – coerentemente con un mandato inespresso e costante di formulare prevalentemente buone intenzioni, ancora oggetto di lotte – consente in modo liberale l’istituzione di scuole parificate a quelle statali, purché sotto qualunque forma “senza oneri per lo stato”, s’intende qui italiano, non vaticano. Quest’apparente digressione dal tema qui trattato sta, al contrario, a indicare la caratterizzazione di questo governo per una sentita accondiscendenza verso poteri proprietari – sotto spoglie anche caritatevoli e di sussidiarietà – ma rigido nei confronti degli espropriati che non hanno forza sociale per rivendicare “non privilegi” ma garanzie costituzionali per posti di lavoro, quelli sì “legittimi, doverosi, insufficienti”. Questa italiana è una specificità secolare di prelievo di ricchezza sociale che la Chiesa romana effettua – con tipico diritto sacralizzato – sottratto nella sfera della circolazione all’accumula­zione dei profitti. Con entità e funzionalità incomparabili in questa direzione agiscono poi anche ceti parassitari (professionisti, commercianti, burocrazia, ecc.), per lo più liberi di evadere il fisco oltre che di costituire lobbies potenti rappresentate in parlamento.

L’allargamento in una pluralità di centri di vendita o di attività multiple può allora aiutare a scardinare l’intangibilità di categorie perennemente privilegiate, con monopoli o oligopoli rigidamente difesi (tassisti, farmacisti, avvocati, ecc.), ma a tale scopo sarebbe necessario aumentare controlli statali che sembrano invece abbandonati nelle carenze di sempre. Le garanzie offerte dalle lobbies rendono molto, non altrettanto lo smantellamento di monopoli. In questo sistema le liberalizzazioni realizzate in altri paesi europei e Usa hanno costituito un aiuto consistente per la ripresa economica, mentre all’inizio questo governo ha dovuto affrontare una vera e propria Vandea su tale questione. Farmacie, taxi, edicole, autostrade, ecc. hanno anteposto le proprie nicchie conservative alla possibilità di migliorare qualitativamente i servizi o abbassare i costi alla generalità degli utenti. Il metro del problema è stato però il primo passo ufficiale da parte del presidente dell’Antitrust, G. Pitruzzella, per il via libera all’Elettronica Industriale del gruppo Mediaset, per l’acquisi­zione della Dmt proprietaria di molti impianti di trasmissione televisiva. Dal documento istruttorio si evidenziò la creazione di “una posizione dominante nel mercato delle infrastrutture per il broadcasting televisivo”, ovviamente riferito a Mediaset. Qualunque operatore televisivo che debba ampliare le proprie capacità trasmissive è costretto cioè alle condizioni del trust mediatico gestito dal presidente Mediaset Fedele Confalonieri, cioè Berlusconi, chiamato in seguito per i suoi acquisti con Mondadori-Glaming per la concessione sui giochi d’azzardo anche “il presidente croupier”.

Lo stallo in cui le liberalizzazioni annunciate si sono trovate sembra difficile a rimuoversi. Lo scorporo tra la rete gas Snam da Eni richiederà più di due anni e riguarderà il “trasporto, stoccaggio, rigassificazione e distribuzione” del gas. Dalla fine di giugno i gestori degli impianti di carburanti, proprietari, potranno rifornirsi da qualsiasi produttore per il 50% dell’erogato, e possibilità di vendere anche giornali, tabacchi, quotidiani solo fuori città. Limiti per Abi, poste e imprese nel porre regole per ridurre le commissioni interbancarie sulle carte (entro settembre). Gratuità del conto corrente per chi accredita pensioni fino a 1500 euro al mese, ecc. Pagamento dell’Ici-Imu per Chiesa e Enti non-profit (dal 2013) solo sulle parti di immobili in cui si svolge l’attività commerciale. Ancora da risolvere restano i taxi (la messa a concorso per nuove licenze dovrebbe essere effettuata da comuni e regioni), le professioni e le farmacie. Oltre all’au­mento del quorum che il governo vorrebbe portare a 5 mila, non è chiarito se i farmaci di fascia C possano essere venduti anche nelle parafarmacie dei piccoli comuni, e se riservare liste nei nuovi concorsi anche ai titolari di queste ultime.

Il sostanziale sostegno da parte del parlamento al governo Monti, in questa opera di totale solidificazione degli interessi forti nel paese, si palesa però in un massimo nell’articolo 14 del decreto Semplificazioni. In questo si parla di “soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO 9001), o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate, da un organismo di certificazione accreditato da un ente di accreditamento designato da uno stato membro dell’Unione europea ai sensi del Regolamento 2008/765/CE, o firmatario degli Accordi internazionali di mutuo riconoscimento (IAF MLA)” [la Repubblica, 28.2.12]. In altri termini, con una semplice certificazione si può evitare di avere controlli in azienda relativi alla sicurezza sul lavoro. Un rapporto tra imprese e ministeri potrebbe in pratica essere sufficiente alla “collaborazione amichevole con i soggetti controllati al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità”. L’Italia è un paese con tassi di mortalità e infortuni da lavoro e in itinere elevati: più di mille l’anno, ripartiti con una quota maggiore nel Mezzogiorno per quelli mortali. Da sempre sindacati e lavoratori hanno denunciato l’insufficienza endemica degli addetti ai controlli: 2 mila per 6 milioni di imprese. Ma forse il risparmio dello stato si realizza sul taglio degli ispettori, dato che effettivamente sono sempre serviti a poco non effettuando i controlli dovuti, facendosi preannunciare, avallando che i morti in cantiere erano in realtà sulla strada, ecc …

da occhipervedere di A.Lisi

Be Sociable, Share!

© 2012 Comunisti Uniti · Subscribe:PostsComments · Designed by Theme Junkie · Powered by WordPress