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	<title>Comunisti Uniti</title>
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	<description>per l&#039;unità e l&#039;autonomia dei comunisti</description>
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		<title>&#8220;La lotta di classe&#8221;, il nuovo libro di Domenico Losurdo</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2013 13:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati/Iniziative]]></category>

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		<description><![CDATA[La crisi economica infuria e si discute sempre più del ritorno della lotta di classe. Ma siamo davvero sicuri che fosse scomparsa? La lotta di classe non è soltanto il conflitto tra classi proprietarie e lavoro dipendente. È anche «sfruttamento di una nazione da parte di un’altra», come denunciava Marx, e l’oppressione «del sesso femminile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6902" rel="attachment wp-att-6902"><img class="alignleft size-medium wp-image-6902" title="LOSURDO SS 0313 cop_1" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2013/03/LOSURDO-SS-0313-cop_1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>La crisi economica infuria e si discute sempre più del ritorno della lotta di classe. Ma siamo davvero sicuri che fosse scomparsa? La lotta di classe non è soltanto il conflitto tra classi proprietarie e lavoro dipendente. È anche «sfruttamento di una nazione da parte di un’altra», come denunciava Marx, e l’oppressione «del sesso femminile da parte di quello maschile», come scriveva Engels. Siamo dunque in presenza di tre diverse forme di lotta di classe, chiamate a modificare radicalmente la divisione del lavoro e i rapporti di sfruttamento e di oppressione che sussistono a livello internazionale, in un singolo paese e nell’ambito della famiglia. A fronte dei colossali sconvolgimenti che hanno contrassegnato il passaggio dal XX al XXI secolo, la teoria della lotta di classe si rivela oggi più vitale che mai a condizione che non diventi facile populismo che tutto riduce allo scontro tra ‘umili’ e ‘potenti’, ignorando proprio la molteplicità delle forme del conflitto sociale.</p>
<p><strong>Domenico Losurdo procede a una originale rilettura della teoria di Marx ed Engels e della storia mondiale che prende le mosse dal <em>Manifesto del partito comunista</em></strong>
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		<title>Cosa insegnano le elezioni e i perché della sconfitta</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 12:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati/Iniziative]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Moro Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di<strong> Domenico Moro</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6897" rel="attachment wp-att-6897"><img class="alignleft size-full wp-image-6897" title="elezioni-2013" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2013/02/elezioni-2013.jpg" alt="" width="460" height="276" /></a>Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si aspetta il conteggio dell’arbitro, sfruttando ogni secondo per riprendere fiato e lucidità. Ecco, riprendere fiato, per noi, vuol dire ragionare a mente fredda e cercare di capire il perché e il percome è successo un’altra volta.</p>
<p align="JUSTIFY">
Nessuno ha la verità in tasca. Tuttavia, cerchiamo di vedere se è possibile individuare dei fatti precisi da cui partire. In primo luogo cosa dimostrano queste elezioni? A mio modo di vedere, dimostrano tre cose. Primo, il bipolarismo è fallito. Secondo, il governo Monti e la maggioranza che lo sosteneva sono stati bocciati. Terzo l’Europa stessa – o meglio l’europeismo dei mercati finanziari &#8211; è stata bocciata.</p>
<p align="JUSTIFY">
I dati e i numeri non si prestano a interpretazioni diverse. Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno subito salassi qualche volta mortali. Lo stesso recupero di Berlusconi, che pure c’è stato, è in realtà molto relativo. Come partito il Pdl passa dai 13,6 milioni di voti del 2008 ai 7,3 del 2013, perdendo quasi la metà dei suffragi. Come coalizione Berlusconi perde la bellezza di 7,1 milioni, passando dal 46,8% al 29,1%. Il Pd perde meno ma subisce sempre un salasso incredibile passando dai 12 milioni agli 8,6 milioni e come coalizione perde 3,6 milioni di voti, passando dal 37,6% al 29,5%. Il risultato, ben al di sotto delle aspettative, del centro di Monti, fino all’altro ieri ritenuto il salvatore della patria, e la cancellazione dal panorama politico di Casini e Fini completa il quadro di bocciatura della grande coalizione che ha sostenuto il governo Monti ed implementato le politiche europee. Il pareggio tra i due vecchi poli, soprattutto l’emergere del polo di Grillo e, sebbene in misura minore, il consolidarsi di un centro al 10%, suona la campana a morto per il bipolarismo in sé stesso. Ma c’è un altro elemento fondamentale che si lega alla fine del bipolarismo, al crollo dei partiti tradizionali e di cui bisogna tenere conto, e che invece sembra passare inosservato. Si tratta dell’aumento dell’astensionismo, una tendenza storica ormai consolidata che neanche la straordinaria affermazione di Grillo è riuscita ad invertire. La partecipazione al voto – senza contare le schede bianche o annullate – è passata dall’83,6% del 2006, all’80,5% del 2008 e al 75,2% del 2013. In valore assoluto gli astenuti sono passati da 7,7 a 9,2 e a 11,7 milioni. 2,5 milioni in più solo tra le ultime due elezioni.</p>
<p>Per quanto possa sembrare paradossale il vero grande sconfitto da questa competizione è il capitale finanziario transnazionale. Il suo candidato era il ticket Bersani-Monti, come detto chiaramente nell’editoriale del 16-22 febbraio di The Economist, la più autorevole espressione di questo settore. Ora, il problema, per questi signori, è che è saltato il feticcio della “governabilità”, in altre parole la possibilità di implementare le politiche europee, dal fiscal compact alle varie controriforme. Di fatto, gli italiani col loro voto per Grillo, fregandosene di spread e governabilità, hanno fatto saltare i piani europei, in una sorta di referendum implicito sull’euro, e hanno lasciato il capitale senza un sistema politico funzionale.</p>
<p>A questo punto c’è da domandarsi perché gli italiani che hanno bocciato il governo Monti e l’Europa hanno concentrato il loro voto su Grillo e non hanno votato noi. Anzi, per la sinistra è stata una debacle generale, che coinvolge tutti e prosegue la tendenza emersa già tra 2008 e 2006, quando si persero più di 3 milioni di voti, come effetto della partecipazione al governo Prodi. Nel 2008 Idv, Prc (che comprendeva Sel), PdCI e verdi presero il 7,5%, oggi il 5,4%, passando dai 2,7 milioni del 2008 a poco più 1,8 milioni. Eppure, questa volta eravamo fuori dal Parlamento e ci siamo schierati contro Monti. Quindi, perché? La risposta è complessa e semplice insieme: abbiamo perso credibilità già da tempo e negli ultimi tempi non siamo riusciti a recuperarla, diminuendola ancora.</p>
<p>Vanno evitati due errori di semplificazione, dare la colpa ad un elettorato ottuso (o che non ci capisce o che segue le mode) e al voto utile. È evidente che noi facciamo i conti con la realtà e che questa in questa fase storica non ci è favorevole, per molte ragioni. Tuttavia, dobbiamo capire in primo luogo quali sono i nostri limiti, visto che è su questi che abbiamo maggiore potere di agire. E questo non per fare recriminazioni inutili o autoflagellarsi, ma per andare avanti costruttivamente. Dal mio punto di vista, se i lavoratori non ti votano (e a questi livelli), vuol dire che qualcosa hai sbagliato anche tu.</p>
<p>Il primo grosso limite è stato quello di non essere riusciti ad esprimere una linea coerente con quello che dicevamo e per giunta altalenante. È vero che ci siamo schierati contro Monti, però abbiamo cercato con insistenza un accordo con il partito che ha rappresentato il maggior sostegno al governo Monti e che di fatto esprimeva un evidente allineamento alle politiche europeiste, più di Berlusconi. Anche quando il Pd aveva rifiutato più volte le nostre offerte e si era formata la lista Rivoluzione Civile, Ingroia, almeno fino ad un certo punto, ha continuato a lanciare offerte di collaborazione con il Pd. Praticamente il correre da soli non è apparso come il risultato coerente di una scelta politica, ma come una specie di ripiego, dovuto al rifiuto del Pd. Un rifiuto che fra l’altro era molto prevedibile, data la manifesta volontà di quel partito di allinearsi alle politiche europee e di prepararsi all’alleanza post-elezioni con Monti. Tutto questo e, non ultime, le divisioni interne alla Fds &#8211; di fatto spaccata e ricomposta in extremis in RC – non hanno prodotto, anche prima della campagna elettorale, un attivismo e una visibilità adeguati. E, soprattutto non potevano non disorientare il nostro elettorato potenziale, che, infatti, in gran parte o si è astenuto o è andato con Grillo. Semmai hanno rafforzato in taluni l’idea di una disponibilità post-elettorale a ritornare ai vecchi compromessi.</p>
<p>Il secondo limite sta nel carattere della campagna elettorale di Rivoluzione civile, che, nonostante gli sforzi di alcuni, è rimasta incentrata sulla legalità (non che non sia importante ma non siamo stati capaci &#8211; nè lo poteva essere Ingroia, catapultato dalle aule di tribunale all’arena politica &#8211; a legare la questione della legalità all&#8217;economia e alla questione sociale), mentre siamo nella peggiore crisi economica dalla fine della guerra e la gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.</p>
<p>Il terzo limite, in una campagna elettorale e in una politica in cui conta sempre di più la comunicazione (ed in presenza di veri maestri del settore come Grillo e Berlusconi), è il fatto che abbiamo presentato un leader non in grado di trasmettere entusiasmo. Inoltre, abbiamo eliminato i simboli dei partiti che permettevano agli elettori di avere un punto di riferimento chiaro, con un cedimento suicida al trito refrain della “società civile” migliore di quella politica (in questo caso noi stessi). Ingroia è un personaggio prezioso per la sinistra che potrà dare un contributo importante nel futuro, ma come leader della coalizione non ha funzionato.</p>
<p>Analisi del voto più approfondite ci diranno se e quanto ha inciso il voto utile. Ma già nel 2008 incise in misura parziale e meno dell’astensionismo. Oggi, ha funzionato ancora meno. La controprova è il risultato mediocre di Sel con il 3,2% (solo un paio di mesi fa accreditata del 6%), solo un punto percentuale e circa 300mila voti in più rispetto a RC. Inoltre, bisognerà pur chiedersi perché non abbiamo intercettato i nuovi e vecchi astenuti e soprattutto perché con Grillo il voto utile non funziona, tanto più che, secondo le prime analisi sui flussi di voto, ha intercettato molta parte degli ex votanti del Pd nel 2008. Non è questa la sede per una analisi approfondita del Movimento 5 stelle. Ci limiteremo a considerare che il punto di forza di Grillo è stata la capacità di presentarsi come non compromesso con il passato, agitare credibilmente la questione dell’Europa e dell’euro e dichiararsi indisponibile ad accordi al ribasso. Ma soprattutto Grillo, a differenza nostra, ha capito dove tirava il vento e i sentimenti profondi che animano gli italiani.</p>
<p>L’errore maggiore sta nel fatto che in politica si deve scegliere. Noi abbiamo scelto di non scegliere e di far scegliere gli altri per noi. In un clima socialmente arroventato e in un quadro di grande fluidità questi errori si pagano pesantemente. A costo di ripetermi, bisogna tenere conto che la fase storica ed il contesto sociale ed economico in Italia ed in Europa sono mutati: ritorno della povertà e della disoccupazione di massa (e connessa crescita dell’astensionismo), trasformazione dello stato-nazione a fronte di politiche generali decise a livello europeo, delocalizzazioni e finanziarizzazione massicce ed altro ancora. Tutto ciò richiede un riadeguamento complessivo della proposta e del posizionamento politico. Non si possono ripetere le stesse formule del passato, basate sulla riedizione del centro-sinistra. Bisogna avere la capacità di dare alla nostra gente una prospettiva nuova ed ampia, che sia in grado di riattivare le energie e la voglia di lottare.</p>
<p>Per questo sono necessari una riflessione e un riposizionamento strategici, in cui però sia ben chiaro che l’unità e l’autonomia ideologica e politica dei comunisti, attraverso la ricostruzione di un vero partito comunista, sono il primo punto all’ordine del giorno. L’esito di queste elezioni, per noi, prova soprattutto questo. Solo dimostrando a noi stessi e agli altri che siamo capaci di unificarci e di trovare un punto di vista in comune, possiamo fare il primo passo per recuperare quella credibilità e quel terreno che abbiamo perduto.</p>
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		<title>I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 09:49:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati/Iniziative]]></category>

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		<description><![CDATA[di Domenico Moro &#8211; Comitato federale PdCI-Roma 1. Un uso corretto della teoria Nell’ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Domenico Moro</em> &#8211; Comitato federale PdCI-Roma</p>
<p><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6889" rel="attachment wp-att-6889"><img class="alignleft size-medium wp-image-6889" title="pd-250x180" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/12/pd-250x180-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a><strong>1. Un uso corretto della teoria</strong></p>
<p>Nell’ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci. Va da sé che, come per ogni classico, si corre il rischio di citare impropriamente questo o quel passaggio. Eppure, un uso improprio di Lenin è particolarmente difficile se solo lo leggiamo un po’ più attentamente. Ad esempio, “L’estremismo malattia infantile del comunismo” viene qualche volta citato a sostegno della necessità dei compromessi. In merito, però, la posizione di Lenin è alquanto articolata: “Un uomo politico deve saper distinguere i casi <em>concreti </em>di quei compromessi che sono inammissibili e dirigere tutta la forza della critica contro <em>questi</em> compromessi <em>concreti</em> (…) Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso.”<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota1">[1]</a></strong> Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918. Il primo fu una capitolazione dei socialisti tedeschi e francesi davanti al proprio imperialismo, il secondo fu il modo con cui i comunisti russi salvarono il giovane e fragile stato sovietico. Anche noi, ancorché molto più modestamente, dovremmo partire dal “calcolo ponderato e rigorosamente obiettivo di tutte le forze in campo”<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota2">[2]</a></strong> e “riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare le situazioni che lo hanno generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito.”<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota3">[3]</a></strong> La mia impressione è che nel dibattito in corso si tenda ad incentrarsi sulle risposte immediate, le alleanze e la tattica elettorale in generale, senza aver definito quale strategia complessiva vada adottata e senza aver analizzato la situazione concreta e la natura delle forze politiche in azione.</p>
<p><strong>2. Valutazione dei governi di centrosinistra </strong></p>
<p>I comunisti, gramscianamente “filosofi della prassi”, devono sempre fare un bilancio della loro esperienza e capire, sulla base di questo, se modificare, e in quale direzione, la loro prassi. Valutiamo allora la nostra esperienza ventennale, che si è basata sull’alleanza strategica con il centrosinistra, e che comprende la partecipazione a due governi a guida Prodi. Riteniamo positivi i risultati della nostra partecipazione a questi due governi? Vediamo. Il primo governo Prodi aumentò l’Iva dal 19% al 20%, ridusse gli scaglioni e la progressività dell’Iperf, di cui portò l’aliquota massima Irpef per i ricchissimi dal 51% al 45,5%. Soprattutto diede inizio al processo di precarizzazione del mercato del lavoro italiano con la legge Treu (1997). Tale legge, secondo l’Ocse, ha inciso in termini di deregolamentazione del mercato del lavoro molto più della Legge Biagi, varata dal governo Berlusconi nel 2003. Le privatizzazioni effettuate dal governo Prodi sono state molte di più di quelle effettuate del governo Berlusconi, a partire dalla “madre” di tutte le privatizzazioni, quella di Telecom (1997). Passiamo al Prodi II. In questo governo il ministro dell’economia Padoa Schioppa (già artefice dell’euro e successivamente membro del Consiglio di amministrazione della Fiat), si faceva paladino della bellezza del pagare le tasse e della disciplina di bilancio. In effetti, furono le aliquote dell’Irpef per i redditi più bassi ad essere aumentate<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota4">[4]</a></strong>, mentre le imposte per le imprese, l’Ires e l’Irap furono diminuite. In particolare, la tanto sbandierata riduzione del cuneo fiscale andò tutta a favore delle imprese. Sul piano della politica estera, l’Italia incrementò il numero dei suoi soldati e dei suoi mezzi offensivi in Afghanistan, dove furono impiegati in vere e proprie azioni di guerra, malgrado le continue smentite del governo. Quale fu la nostra incisività sull’operato di quel governo? Pressocché nulla. Tutti i punti più qualificanti del nostro programma elettorale, a partire dall’abolizione della Legge Biagi, furono sacrificati alla salvezza della coalizione di governo. Chi votò contro l’Afghanistan fu tacciato di tradimento in faccia al nemico (berlusconiano, mica talebano). Tutte le volte che si provò ad alzare la testa si veniva zittiti con il solito ricatto morale: “Volete prendervi la responsabilità di far cadere il governo e aprire la strada a Berlusconi?” Dal momento che i lavoratori italiani e in particolare i nostri elettori guardano ai fatti concreti, venimmo puniti (Prc, PdCI e Verdi), perdendo 3 milioni di voti e scendendo dal 12% al 3%. Che quella debacle fosse dovuta al rifiuto – non nostro ma di Veltroni – di coalizzarsi, che cioè fosse dovuto al “voto utile” o principalmente ad esso è smentito da numerose ricerche sui flussi elettorali, che dimostrano che i nostri elettori si diressero soprattutto verso l’astensione. Solo in parte minore si diressero verso l’Idv e in misura minima verso il Pd. Su questo consiglio la lettura del mio articolo “Il voto di classe in Italia”<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota5">[5]</a></strong>. In effetti, cominciammo a perdere voti (in assoluto e in percentuale) a partite dalle comunali del 2007, cioè durante il governo Prodi II e prima dell’Arcobaleno del 2008. Tuttavia, Prc e Pdci ignorarono tutti i segnali di disagio del nostro elettorato e continuarono a logorarsi con la partecipazione al governo, fino a che Mastella non ne staccò la spina. Tuttavia, in politica nulla è fisso e tutto e mobile. Vediamo, dunque, se <em>oggi</em> il Pd è in grado di esprimere una discontinuità col passato.</p>
<p><strong>2. La contraddizione è tra tecnica e politica?</strong></p>
<p>È stato detto che oggi la scelta sarebbe tra i tecnici e la politica. Appoggiare il Pd e Bersani rappresenterebbe il modo in cui riportare in auge la politica. Ci si scorda, però, di osservare che in Italia è ancora in vigore un meccanismo di governo parlamentare in base al quale il governo Monti ha dovuto ottenere la fiducia del Parlamento. E soprattutto ci si scorda di osservare che esiste una maggioranza politica e parlamentare che ha sostenuto il governo e ne ha votato i decreti. Il Pd, che per senso di responsabilità (verso chi?) ha rinunciato ad elezioni che avrebbe vinto a mani basse, è stato un pilastro fondamentale di tale maggioranza. Non si può negare che il Pd ha votato tutti i provvedimenti del governo, che sono stati i peggiori degli ultimi decenni: dall’aumento dell’età pensionabile al più alto livello europeo, alla riforma Fornero del mercato del lavoro, all’abolizione dell’articolo 18, all’aumento delle imposte regressive come l’Iva e alla reintroduzione dell’Imu sulle prime case. Sempre a proposito di contraddizione tra tecnici e politici, andrebbe osservato, oltre al fatto che la riforma Fornero riprende alcune proposte Pd (ad esempio l’apprendistato che abbassa i salari di entrata), che la Legge di stabilità non è stata affatto migliorata nel passaggio in Commissione Bilancio, dove uno dei due relatori di maggioranza era Baretta del Pd, e in aula a Montecitorio. Anzi, è stata peggiorata, visto che, attraverso lo storno di risorse che sarebbero dovute andare alla riduzione dell’Irpef per i più poveri, sono state aumentate le risorse alle imprese, realizzando, attraverso un falso “salario di produttività”, la morte del contratto collettivo, la riduzione dei salari e la subordinazione dell’organizzazione del lavoro alle esigenze di profitto. Inoltre, quando è stato proposto l’aumento di un 3% di aliquota Irpef per i redditi oltre i 150mila euro, allo scopo di trovare risorse per gli esodati, Bersani si è detto contrario<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota6">[6]</a></strong>. Particolarmente irritante è stata, poi, l’emendamento del Pd a favore del mantenimento di 223 milioni per le scuole private, a fronte di tagli consistenti alla scuola pubblica. La questione più importante, però, è che il Pd ha approvato il più decisivo di tutti i provvedimenti: il fiscal compact e l’introduzione in Costituzione del Pareggio di Bilancio. E non certo <em>obtorto</em> <em>collo, </em>visto che Pds, Ds e Pd hanno sempre assunto posizioni in linea col mainstream europeista. Lo stesso Fassina, rappresentante della sinistra “socialdemocratica” del Pd, ha detto che si tratta di un fatto positivo in quanto consente di avere “più Europa”. Abbiamo visto cosa vuol dire avere più Europa: subordinazione delle politiche sociali e del lavoro alla stabilità dell’euro ed alle compatibilità di bilancio. Bersani può parlare finché vuole di “rimettere al centro il lavoro”  e dire che “il prossimo governo non  lo decideranno i banchieri”. Le sue parole risultano poco credibili a fronte dei fatti, cioè dei provvedimenti da lui votati sul lavoro e a fronte dell’approvazione dei vincoli di bilancio che impediscono qualsiasi margine di politica di carattere veramente socialdemocratico. Senza contare il non piccolo dettaglio della propensione del Pd all’alleanza con una forza come l’Udc, come sperimentato in Sicilia, e la dichiarazione  di Bersani, subito dopo le primarie: “Continuerò  a sostenere la politica di rigore e credibilità che Monti ha portato”. La domanda è, quindi, la seguente: se la formula del centrosinistra è fallita già negli anni passati, come possiamo pensare che riesca oggi, in presenza di rigidi vincoli di carattere europeo, con una blindatura del governo entro binari ben precisi e con le nostre forze che sono molto più ridotte che nel 2006?</p>
<p><strong>3. Contare e non fare testimonianza. Sì, ma come?</strong></p>
<p>Giustamente si dice che i comunisti devono cercare di contare e non ridursi a pura testimonianza. Contare non significa, però, partecipare ad alleanze in cui non esistono i rapporti di forza per pesare. Il rischio di ridursi a pura testimonianza sta proprio nel ripetere una linea dimostratasi errata, che ci vede ininfluenti e ci allontana dalle masse, erodendo il poco consenso rimasto. Si è detto che non si fanno alleanze “a prescindere”. Come ho scritto mesi fa<strong><a href="http://www.liberaroma.it/word/dibattiti/i-comunisti-la-tattica-e-le-alleanze-che-fare/#nota7">[7]</a></strong>, sono d’accordo: in politica vanno evitate le pregiudiziali. Ma in <em>questo</em> caso concreto dov’è il programma del centrosinistra che, ad esempio, ripristina l’articolo 18 o la precedente età di pensionamento? Il punto è che la fase storica è cambiata. Siamo non solo all’interno della peggiore crisi del capitale dalla fine della Seconda guerra mondiale, che probabilmente durerà almeno un quindicennio, ma anche all’interno della maggiore riorganizzazione della produzione e dei rapporti di lavoro. Ad esempio, la precarietà e la disoccupazione, fenomeno collegato all’astensionismo, non sono più un dato congiunturale, ma caratteristiche strutturali e funzionali dell’accumulazione di capitale. Il fallimento del centrosinistra e della nostra strategia, pensata attorno ad esso, è dovuta proprio all’incomprensione di quanto stava accadendo e dello stato d’animo delle masse. I mezzi di comunicazione, fortemente controllati dai grandi gruppi monopolistici, hanno avuto buon gioco a rivolgere la rabbia popolare verso la “casta”, i politici, i partiti, mentre il problema è nei rapporti di produzione. Non dobbiamo cadere nello stesso errore, sia pure in forme rovesciate, pensando che la contraddizione sia tra antipolitica e politica o tra tecnica e politica. La politica in astratto non può risolvere la situazione, perché la vera contraddizione è tra una politica, in qualunque forma si manifesti, che esprime le esigenze del capitale e una politica che esprima le esigenze del lavoro salariato. Se la politica e i partiti sono screditati non è (sol)tanto a causa dei costi della politica o della corruzione, ma soprattutto perché vengono percepiti come incapaci di frenare lo smottamento sociale. E se i partiti vengono percepiti come “tutti uguali” è proprio perché le ricette di politica socio-economica non si differenziano di molto tra centrosinistra e centrodestra, rimanendo questi all’interno di linee-guida egemoniche. Una alleanza di una parte della Fds con il Pd avrebbe effetti perniciosi per la ripresa della sinistra in Italia e per la ricostruzione di un partito comunista. In primo luogo, perché spaccherebbe, insieme alla Fds, anche il fonte dei comunisti, scavando un solco tra di loro, e poi perché la ricostruzione un partito comunista di massa passa per la ritessitura paziente di un rapporto di fiducia con i settori di classe più avanzati che si è rotto. Soprattutto passa per il recupero dell’astensionismo, in cui è finita una parte consistente dei nostri voti. In definitiva, la riaffermazione di un progetto politico sta nella ricostruzione di rapporti di forza adeguati, nell’accumulo di forze. Solo se i comunisti e la sinistra non si faranno risucchiare nel centrosinistra riusciranno a fare questo e potranno provare ad occupare un’area politica che diventa sempre più ampia. Un’area che, non presidiata adeguatamente ed essendo inammissibili i vuoti in politica, rischia di essere definitivamente occupata da un ampio ventaglio di forze politiche che, seppure in modo diversificato, esprimono posizioni di estrema destra se non addirittura neofascista. Quanto abbiamo detto non è in contraddizione con il ritorno dei comunisti in Parlamento, anzi ne è condizione necessaria. Esistono le condizioni politiche ed il terreno sociale per realizzare un sistema di alleanze alternative al Pd, che consentano di superare lo sbarramento elettorale. E soprattutto che permettano di ricostruire un insediamento sociale che è venuto meno e che  garantiscano <em>l’autonomia politica</em> necessaria per affrontare, dentro e fuori il Parlamento, una stagione di lotte che si prospetta lunga, complessa e molto dura.</p>
<p>[1] Lenin, <em>L’Estremismo malattia infantile del comunismo</em>, Editori Riuniti, Roma 1974, pag. 43<br />
[2] <em>Idem, </em>pag. 95.<br />
[3] <em>Idem</em>, pag.85.<br />
[4] Con il governo Berlusconi per un reddito fino a 26mila euro l’aliquota Irpef era del 23%, con Prodi fino a 15mila euro rimase al 23% e per l’eccedente fino a 26 mila si passò dal 23% al 27%.  Le deduzioni annullano l’aumento solo per chi ha più di due figli a carico, cosa che riguarda una minoranza di lavoratori. L’Ires, imposta sul reddito delle imprese, fu diminuita dal 33% al 27,5%. Inoltre con la legge 244/2007 si abolisce l’art. 98 del Tuir che disciplinava la sottocapitalizzazione, allo scopo di pagare meno tasse. L’Irap viene ridotta invece al 3,9% dal 4,25%.<br />
[5] <a href="http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipcm21-011916.htm">http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipcm21-011916.htm</a><br />
[7] <a href="http://www.marx21.it/italia/quadro-politico/1380-il-necessario-riposizionamento-della-sinistra-di-classe-tra-legge-elettorale-e-articolo-18.html" target="_blank">http://www.marx21.it/italia/quadro-politico/1380-il-necessario-riposizionamento-della-sinistra-di-classe-tra-legge-elettorale-e-articolo-18.html</a>
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		<title>una proposta per i comunisti ovunque collocati…</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2012 15:11:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati/Iniziative]]></category>

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		<description><![CDATA[COSTRUIAMO IL FRONTE ANTICAPITALISTA DI CLASSE Il contesto internazionale è caratterizzato da una crisi strutturale del capitalismo non più risolvibile con semplici palliativi di sostegno al consumo o nuove regole per contenere la competizione tra poli e interessi capitalistici concorrenti. Le ipotesi socialdemocratiche e neo-moderate sono in crisi in tutta Europa, in quanto non esistono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>COSTRUIAMO IL FRONTE ANTICAPITALISTA DI CLASSE</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6879" rel="attachment wp-att-6879"><img class="alignleft size-medium wp-image-6879" title="foto_falcemartello1" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/10/foto_falcemartello1-300x133.jpg" alt="" width="300" height="133" /></a></p>
<p>Il contesto internazionale è caratterizzato da una crisi strutturale del capitalismo non più risolvibile con semplici palliativi di sostegno al consumo o nuove regole per contenere la competizione tra poli e interessi capitalistici concorrenti.</p>
<p><strong>Le ipotesi socialdemocratiche e neo-moderate sono in crisi in tutta Europa</strong>, in quanto non esistono più sufficienti margini di redistribuzione del “surplus”. Anzi si assiste a una feroce guerra internazionale tra potenze e frazioni della grande borghesia per accaparrarsi fette dei profitti una a danno delle altre. Nel tentativo di dare una risposta alla crisi, nel loro complesso, queste forze tentano la strada di un ulteriore spostamento a destra delle loro politiche social-liberiste e filo-imperialiste, rendendo totalmente ininfluenti le posizioni cosiddette “laburiste” al loro interno.</p>
<p><strong>Le maggiori potenze capitaliste aumentano la competizione </strong>cercando di imporre una nuova gerarchia tra gli alleati e nei confronti dei rivali in competizione, ma si trovano in sintonia nell’attacco feroce alle masse salariate e popolari al proprio interno e nel sostegno alle politiche di ingerenza economica e militare verso l’esterno usando principalmente i memorandum della Troika (Ue-Bce-Fmi) e le politiche aggressive della Nato. All’interno di una Europa coinvolta direttamente in questo scenario, <strong>il governo Monti e l’agenda politica delle forze che lo sostengono sono l’espressione, in Italia, di questo processo sostenuto dalle classi dominanti che stanno imponendo le regole ferree della dittatura del capitalismo finanziario spogliando i popoli e le classi lavoratrici della propria sovranità popolare residua</strong>.</p>
<p>Questo governo di “professori-banchieri” dimostra chiaramente la sua natura di classe. Il debito e lo spread vengono usati come forma di ricatto permanente sulla testa delle classi subalterne per cancellare salari, diritti, lavoro e tutte le conquiste ottenute in decenni di lotte. La logica della spending review e del pareggio di bilancio in Costituzione tende a rendere permanenti questi obbiettivi vincolando le politiche economiche nazionali dei prossimi governi e aprendoci un futuro di disoccupazione e impoverimento di massa. Anche l’imposizione alle amministrazioni locali del rispetto del Patto di Stabilità, attraverso privatizzazioni e ulteriore precarietà, discende organicamente da questa impostazione.</p>
<p><strong>Questo ci pone di fronte a una fase costituente che ridisegnerà la geografia politica nel nostro paese</strong>. In Italia siamo all’interno di un processo sovrastrutturale che vede il disfacimento di una rappresentanza istituzionale egemone della piccola e media borghesia rappresentata da Berlusconi e che sta coinvolgendo tutta la rappresentanza politica fin qui conosciuta. Se da una parte si stanno presentando movimenti populistici e fascistoidi, dall’altra su posizioni egemoniche si sta realizzando un cambio della guardia nella nuova gerarchia dei poteri. Alla testa si sta ponendo il capitalismo finanziario. Appoggiato in Italia dal Vaticano e dalla Presidenza della Repubblica, attraverso Monti si cerca di accreditare la crisi della rappresentanza come “inevitabile” per affermare che l’unica politica efficiente e pulita è quella che essi propongono.</p>
<p><strong>Il capitalismo finanziario, oltre che inglobare dentro di sé il grosso della ricchezza, cerca di inglobare anche il controllo sociale attraverso la sua rappresentazione politica</strong>. L’operazione culturale è quella di far apparire l’attuale governo sobrio, pulito, “tecnico” e al di sopra delle parti mascherando il fatto che la crisi del sistema impone al capitalismo, nella sua ultima fase quella del capitalismo finanziario, di svelarsi in prima persona, con la propria faccia alla testa della gerarchia del potere politico. Ciò non solo tende a distruggere ogni compromesso democratico ma pone la possibilità di svolte autoritarie e/o bonapartiste. Questo non significa sottovalutare la necessità di denunciare l’involuzione e la corruzione dell’attuale classe politica, ma la critica al ceto politico deve legarsi sempre più alla questione sociale.</p>
<p>Le tradizionali forze rappresentative del mondo del lavoro, essendosi misurate su un terreno riformista se non migliorista, oggi non rappresentano più quel mondo ormai lasciato solo e sono coinvolte direttamente dalla crisi di rappresentanza. Una loro riconversione non è all’ordine del giorno, anzi la tendenza è quella di schierarsi all’ombra dei nuovi poteri.</p>
<p align="center"><strong>Comunisti/e, è tempo di muoversi!</strong></p>
<p>Questa fase di ricomposizione delle gerarchie di comando intorno a politiche finanziarie fortemente regressive subisce ogni giorno un’accelerazione impressionante, mentre la risposta operaia e popolare è tuttora inadeguata e questo avviene anche perché i comunisti e tutta la sinistra di classe sono divisi e non riescono a trovare il terreno per un rilancio credibile.</p>
<p><strong>Per superare questa fase di scomposizione e uscire dall’angolo, facciamo una proposta su cui attendiamo delle risposte.</strong></p>
<p>Le analisi sulla fase ormai convergono da più parti su alcuni elementi non secondari e incontestabili, ma non riescono a tradursi in proposte politiche. Analisi ancora certamente da approfondire e proposte da definire, ma comunque sufficienti per dare vita ad una proposta politico-organizzativa di mobilitazione contro il governo Monti e lo schieramento che lo sostiene: <strong>un programma minimo di lotta che rappresenti stabilmente in questa fase gli interessi delle classi subalterne, incompatibili con la gestione capitalistica della crisi.</strong></p>
<p>La posizione espressa dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista &#8211; che mette da parte le illusioni di una alleanza di centrosinistra e dichiara di voler costruire uno schieramento alternativo politico, sociale ed elettorale alle politiche UE-BCE-FMI portate avanti dal Governo Monti di cui il PD è uno dei puntelli determinanti &#8211; può aprire <strong>una concreta possibilità per rompere l’immobilismo nel quale ci troviamo, non solo per il PRC ma anche per tutto l’arcipelago dei comunisti e della sinistra di classe</strong>.</p>
<p>Nonostante questa scelta giunga in ritardo e sia caratterizzata tuttora da incertezze e contraddizioni, la posizione espressa dal PRC può favorire, solo a determinate condizioni, <strong>lo sviluppo dell’opposizione di classe al governo Monti e delineare un’alternativa di sistema</strong>, elementi essenziali per riaprire in modo coerente e dal basso <strong>il processo della rifondazione comunista e della ricostruzione del partito</strong> nel nostro paese. Parliamo di <strong>un fronte anticapitalista di classe </strong>che non solo entri in campo nello scontro politico e sociale, ma che si configuri anche come possibilità concreta per i comunisti nella quale essi dimostrino politicamente di esistere e <strong>tentare un percorso credibile di superamento della frammentazione e ricomposizione della diaspora</strong>, fuori da scorciatoie organizzative, nuove scissioni o atteggiamenti minoritari.</p>
<p>Questa possibilità richiede innanzitutto che Rifondazione faccia chiarezza in modo da superare la evidente contraddizione della FDS che, così come si è configurata politicamente e organizzativamente fino ad ora, si è rivelata uno strumento di freno in quanto al suo interno permangono fortemente, anche se in forma minoritaria, posizioni che vedono comunque l’unica possibilità di una loro sopravvivenza all’interno del centrosinistra. Per riconquistare spazi di agibilità democratica e rappresentanza del conflitto, è sicuramente necessario unire il più ampio schieramento e agire su tutte le contraddizioni, ma al tempo stesso non bisogna coltivare ambiguità e illusioni, rincorrendo unicamente forze che hanno nel loro dna la costruzione di governi con lo stesso orizzonte di centrosinistra (come l’IDV) o che addirittura vi hanno già aderito (come SEL).</p>
<p>Inoltre portare avanti alleanze ed accordi di governo negli Enti Locali e nelle Regioni con i partiti  che sostengono Monti e l’agenda della Troika, diventa sempre più incompatibile con una proposta di alternativa reale, proprio per le scelte imposte ai Comuni, alle Province ed alle Regioni dal Patto di Stabilità: tagli alla spesa sociale ed ai servizi, privatizzazioni, esternalizzazioni, sfruttamento del territorio e dell’ambiente, speculazioni edilizie, mentre il denaro pubblico viene sprecato in grandi opere inutili e dannose come ad esempio la TAV e gli inceneritori.</p>
<p><strong>Per chiarire questi nodi e fare tutti insieme un passo avanti, nessuno può sentirsi autosufficiente e limitarsi a criticare l’esistente</strong>. Oggi è richiesto anche a tutto il mondo variegato dei comunisti e delle realtà che si dichiarano antagoniste al sistema capitalistico, di <strong>accettare questa sfida politica</strong>, ognuno con la propria autonomia ma senza settarismi, misurandosi con la proposta di Rifondazione, per costruire <strong>un fronte anticapitalista e di classe</strong>.</p>
<p>Noi indichiamo come prima iniziativa che va in questa direzione la manifestazione del <strong><em>“No Monti day”</em></strong> del 27 ottobre, la cui piattaforma politica, intento strategico e forme organizzative possono rappresentare l’inizio della costruzione di un fronte stabile e organizzato che si radichi sempre più nei conflitti sociali e nei territori contro l’agenda di Monti e di UE-BCE-FMI.</p>
<p><strong>Chiediamo quindi di rispondere a questa proposta di lavoro unitario a tutte le compagne ed i compagni dell’arcipelago comunista e anticapitalista; della vasta diaspora dei “senza tessera” che ieri come oggi resistono all’attacco dei padroni sui posti di lavoro, sui tetti, nelle piazze, nelle occupazioni per il diritto al lavoro ed alla salute; nelle scuole e nelle università per l’accesso al sapere; nei territori dove si pratica il conflitto per i diritti sociali e la difesa dei beni comuni.</strong></p>
<p>Noi ci mettiamo a disposizione da subito.</p>
<p>Comunicato congiunto</p>
<p><strong><em>Comunisti Uniti,<br />
</em></strong><strong><em>Collettivo comunista Putilov di Firenze,<br />
</em></strong><strong><em>Comunisti/e per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema &#8211; doc3 del PRC</em></strong></p>
<p><em>Ottobre 2012</em></p>
<p>per info e adesioni: <a href="mailto:perunfronteanticapitalista@inventati.org">perunfronteanticapitalista@inventati.org</a>
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		<title>Per arricchire il dibattito &#8211; contributo di A. Curatoli</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 10:15:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[SEI TESI PER UNA UNITA' UTILE]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; 1.- Antonio Gramsci è un grande rivoluzionario marxista leninista, la Terza internazionale lo volle segretario del Pcd’I. Al Congresso clandestino di Lione nel 1926 Gramsci conseguì una vittoria di dimensioni plebiscitarie su Bordiga, e il Pcd’I , da allora, sotto la leadership di Gramsci si affermò come partito bolscevico leninista. In quello stesso anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6851" rel="attachment wp-att-6851"><img class="alignleft size-medium wp-image-6851" title="gramsci" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/09/gramsci-300x260.jpg" alt="" width="300" height="260" /></a>1.- Antonio Gramsci è un grande rivoluzionario marxista leninista, la Terza internazionale lo volle segretario del Pcd’I. Al Congresso clandestino di Lione nel 1926 Gramsci conseguì una vittoria di dimensioni plebiscitarie su Bordiga, e il Pcd’I , da allora, sotto la leadership di Gramsci si affermò come partito bolscevico leninista. In quello stesso anno egli fu arrestato, e durante la carcerazione gli vennero inflitte torture tali che miravano a piegarlo fisicamente e moralmente, a cui oppose una  resistenza disperata ed eroica durata dieci anni. Morì quando era ancora relativamente giovane, all’età di 46 anni. Chi non tiene conto delle condizioni proibitive e del più assoluto isolamento a cui Gramsci fu assoggettato non è un marxista. Gramsci è stato una figura eroica di martire antifascista e un teorico leninista originale e profondo. E’ assolutamente comprensibile che nella trappola fascista egli abbia potuto avere una visione di tempi più lunghi (rispetto a quelli delineati nelle <em>Tesi di Lione</em>) della rivoluzione in Italia, per una sopravvalutazione, forse, della forza “egemonica” del fascismo. Sta di fatto però che il fascismo cadde per via insurrezionale e la rivoluzione armata antifascista mise all’ordine del giorno <em>anche </em>la possibilità di proseguire <em>oltre</em> la caduta del fascismo, verso la rivoluzione socialista (come avvenne in tutta l’Europa dell’Est).</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>2.- La leadership di Togliatti, dalla svolta di Salerno all’8° Congresso del Pci (1956) deve essere oggetto da parte dei marxisti leninisti di un accurato studio affinché emergano tutte le contraddizioni di questo politico italiano il cui operato, soprattutto quello relativo al suo rapporto con il mondo trotskista, non è ancora del tutto chiaro. Dall’8° Congresso (1956) in poi, invece, già abbiamo una vasta documentazione per dimostrare il carattere revisionista, controrivoluzionario, kruscioviano della svolta che Togliatti  impresse al Pci in seguito al 20° Congresso del Pcus, svolta che egli chiamò “via italiana al socialismo”. Questa “via italiana”, mai più confutata da chi gli succedette alla guida del Pci, ha portato, via via, attraverso Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto alla distruzione del Pci. Ma l’operazione più truffaldina e malefica compiuta da Togliatti è consistita nell’associare  Antonio Gramsci alla “via italiana al socialismo”, nel farne il padre spirituale, nel ridurre Gramsci, in ultima analisi, al n° 1 del  moderno revisionismo in Italia. I marxisti leninisti devono<em> vendicare </em>Gramsci di questa ignobile strumentalizzazione compiendo l’operazione inversa: <em>separare definitivamente</em> Gramsci da Togliatti. I <em>Quaderni del Carcere</em> devono essere ristudiati, rimeditati dai marxisti leninisti, allo scopo di confutare e respingere tutti i vergognosi falsi, forzature e –ripetiamo- strumentalizzazioni revisioniste.dei Vacca, Ragionieri, gerratana Spriano ecc che si sono messi al servizio di Togliatti nell’opera di trasfigurazione revisionista di Gramsci.</p>
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<p>3.- Un partito marxista leninista  può nascere, in Italia, solo dalle ceneri del Pdci, di Rc,  Manifesto, PCsp ecc. che hanno predicato per decenni l’antistalinismo. Queste forze politiche hanno dato dell’Urss la rappresentazione di un luogo di infamie, e in questa campagna contro il comunismo storico hanno fatto -vergognosamente- da cassa di risonanza alla propaganda borghese imperialista occidentale. Volevano “rifondare” un comunismo mai esistito, un comunismo compatibile con la cultura e l’ideologia di una piccola borghesia velleitaria, pavida e intrisa di pregiudizi. Si sono opposti alla cancellazione della parola comunismo voluta da Occhetto, ma hanno poi usato il nome e i simboli del comunismo per ritornare, di fatto, a propagandare gli inganni di una via pacifica, minimale, ingannevole, inesistente al socialismo. Le contraddizioni fra marxisti leninisti e i gruppi dirigenti di queste sunnominate forze sono di natura antagonistica, insanabile, sono come il contrasto fra rivoluzione e controrivoluzione.</p>
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<p>4.- Prima di suonare il de profundis alla classe operaia italiana e avventurarsi in nuove “analisi di classe” i marxisti leninisti si devono distinguere, dai revisionisti e dai trotskisti, per il rigore della ricerca in questo importantissimo terreno di analisi, e poter dire una parola definitiva solo dopo seri e approfonditi studi. Questo vale anche per il mondo agricolo e per le nuove figure sociali che sono emerse dalla decomposizione e dall’imbarbarimento del capitalismo . Non bisogna mai <em>enunciare</em> senza<em> dimostrare</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>5.- Compito primario dei marxisti leninisti è fare un bilancio storico corretto della Rivoluzione d’Ottobre e dell’edificazione del socialismo in Urss.  Stalin ha ereditato e sviluppato il leninismo, fra Lenin e Stalin vi è stata una ininterrotta linea di continuità. Il grande Georgiano è stato l’artefice, insieme al popolo multinazionale sovietico, dell’industrializzazione socialista e della collettivizzazione dell’agricoltura. Questa colossale opera di edificazione venne messa alla prova e al vaglio di una feroce guerra aggressiva sul territorio sovietico che la borghesia mondiale direttamente e indirettamente ha finanziato. Tale prova è stata superata, e dalle rovine dell’invasione hitleriana l’Urss, lungi dallo sgretolarsi come era nell’auspicio dell’imperialismo, è risorta più potente di prima, economicamente, politicamente, militarmente, ed è stata d’esempio ai popoli oppressi di tutto il mondo, che hanno ridato impulso al movimento mondiale di lotta anticoloniale e per l’emancipazione, movimento mondiale ancora maggiore di quello seguito alla Rivoluzione d’Ottobre. Grazie all’esistenza dell’Urss vittoriosa, è stata possibile la creazione delle Repubbliche socialiste in mezza Europa e la vittoria della Guerra rivoluzionaria in Cina. Nel bilancio storico dell’Urss vi sono due personaggi negativi, orrendi, criminali: Trotski e Krusciov. Trotski mise su una cospirazione antisovietica che non si fermò neanche di fronte alla collusione conla Gestapohitleriana per divenire Quinta colonna in caso di aggressione nazista all’Urss. Le malefatte di questo personaggio e dei suoi uomini Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Rikov ecc. vennero alla luce del sole in Processi pubblici celebrati a Mosca, nel 1936, 1937 e 1938, dal Tribunale Militare dell’Urss, alla presenza della stampa mondiale.</p>
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<p>Krusciov, che nelle sue memorie ha svelato e rivendicato pienamente il suo passato trotskista (in: <em>Krusciov racconta</em> ediz. Sugar, 1970) riuscì in ciò in cui fallì Trotski. Egli è stato il cavallo di Troia che ha creato le condizioni (rivelatesi storicamente irreversibili) per distruggere dall’interno il paese dei Soviet, distruzione portata progressivamente a compimento dai suoi successori, da Breznev via via fino ad arrivare a Gorbaciov il rinnegato demolitore dell’URSS n.1. Egli, che ha agito esattamente come uno strumento nelle mani dell’imperialismo, ha diffuso nel mondo l’odio e la calunnia contro l’edificatore del socialismo. Ancora oggi, l’antistalinismo è largamente diffuso finanche nella cosiddetta nuova sinistra che accusa i marxisti leninisti di essere “stalinisti”. Noi non siamo “stalinisti”, siamo marxisti leninisti, lo stesso Stalin insorgeva contro questo termine considerandosi solo e sempre un discepolo di Lenin. La parola “stalinismo” soprattutto dopo il famigerato rapporto segreto di Krusciov passato alla Cia prima ancora che agli altri partiti comunisti, è divenuta, sia nel linguaggio borghese imperialista che in quello dei trotskisti e revisionisti, il contenitore di nefandezze di ogni genere, di delitti inspiegabili, di stragi insensate, è divenuta una parola d’ordine infamante, che si compendia, in ultima analisi, nel rifiuto del comunismo storico, nella demonizzazione del comunismo. I Processi di Mosca non sconfissero definitivamente la congiura trotskista: rimase libero di agire ancora uno della banda criminale sfuggito agli investigatori sovietici, Ezhov. Egli fu nominato Commissario del Popolo agli Affari Interni il 26 settembre 1936, e nel clima avvelenato dai sospetti indotti dalle rivelazioni dei Processi di Mosca, ebbe buon gioco, nei  circa 2 anni in cui ricoprì la carica di Commissario del Popolo a confezionare false prove e a far condannare a morte centinaia di migliaia di innocenti allo scopo di screditare, indebolire, far odiare il regime sovietico, darne un’immagine di sistema in cui vigeva un terrore cieco e indiscriminato rivolto contro il popolo lavoratore e membri di partito. E’ ciò che è passato alla storia, nella propaganda kruscioviana e imperialista (a cui ha abboccato un gran numero di ingenui in tutto il mondo) con l’espressione infamante di “Grandi purghe”. I verbali stenografici degli interrogatori di Ezhov da poco resi accessibili sono stati tradotti in inglese e pubblicati dallo storico statunitense Grover Furr (<a href="http://msuweb.montclair.edu/~furrg/research/ezhov042639eng.html">http://msuweb.montclair.edu/~furrg/research/ezhov042639eng.html</a>). Bucharin, nelle ore che precedettero la sua esecuzione capitale, scrisse ben due lettere al Presidium del Soviet Supremo (pubblicate dalle Isvestia il 9 settembre1992 e anch’esse tradotte in inglese da Grover Furr e pubblicate nel sito: <a href="http://msuweb.montclair.edu/~furrg/research/bukharinappeals">http://msuweb.montclair.edu/~furrg/research/bukharinappeals</a> ) chiedendo che gli salvassero la vita. Dichiarò di essersi amaramente pentito e di aver completamente disarmato. Ma fu l’ultima infamia della sua vita, l’ultima sua menzogna, perché non rivelò che Ezhov faceva parte della congiura e avrebbe potuto creare colossali danni (ciò che in effetti avvenne). A buon diritto quindi si può dire che è stato Bucharin (e Trotski, ovviamente) l’artefice (gli artefici) delle cosiddette Grandi purghe.</p>
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<p>6.- Il mondo imperialista è composto da tre entità, la Triade, di cui fanno parte gli Stati Uniti d’America, l’Europa  (U.E. e Europa dell’Est ex socialista) e il Giappone. Gli Usa sono l’imperialismo dominante, Europa e Giappone sono imperialismi di second’ordine che non avranno mai più un ruolo autonomo ma agiranno come ausiliari e complici dell’imperialismo dominante. La prima e la seconda guerra mondiale sono esplose nel cuore dell’Europa per motivi classicamente imperialisti, cioè per una nuova spartizione del mondo a sua volta già diviso fra gruppi di paesi imperialisti contrapposti. Anche se nella Seconda guerra mondiale è stato coinvolto il paese del socialismo (l’Urss), ciò nonostante anche quella guerra ha avuto un carattere prettamente imperialista.</p>
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<p>Oggi, i contrasti fra stati imperialisti che pure si manifestano (e sarebbe antistorico se non fosse così) non porteranno più, come per il passato, a scontri armati fra di essi. Due elementi della Triade (Europa e Giappone) non possono più aspirare a detronizzare gli Usa dal ruolo predominante perché il gap militare che hanno verso gli Usa è assolutamente incolmabile.</p>
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<p>7-. La magistrale analisi leninista del capitalismo nell’epoca dell’imperialismo e la legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti nell’epoca dell’imperialismo (anch’essa scoperta da Lenin), lo indussero a trarre due conclusioni: a) l’imperialismo è la <em>vigilia</em> della rivoluzione proletaria; b) il risvolto dell’ineguaglianza dello sviluppo dei paesi capitalisti nell’epoca dell’imperialismo conduce alla <em>possibilità della vittoria </em>della rivoluzione proletaria in un gruppo di paesi capitalistici o addirittura in un paese capitalista preso singolarmente.</p>
<p>Queste previsioni si sono rivelate scientifiche nel pieno significato del termine poiché hanno trovato puntuale conferma negli eventi storici susseguiti a queste analisi: i moti rivoluzionari proletari esplosi in Germania, Italia, Ungheria e la Rivoluzione socialista che è invece risultata vittoriosa in un solo paese, la Russia.</p>
<p>Oggi l’imperialismo nel suo insieme è alla vigilia storica del suo crollo. Il dominante imperialismo Usa nel giro di pochi anni sarà scavalcato da paesi emergenti e perderà tutti i privilegi di cui ha goduto fino ad oggi per effetto del suo ruolo di iperpotenza termonucleare con basi militari disseminate su tutto il globo terrestre. Il più importante di questi privilegi è consistito nello stampare illimitatamente carta-moneta senza copertura e senza dover dar conto a nessuno. L’imperialismo statunitense avverte il declino inevitabile verso cui sta andando. Esso vede nella Cina socialista un <em>potenziale pericolo</em>(!) per la sua <em>sicurezza</em> (!) e per la fine del suo dominio sul pianeta.</p>
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<p>8.- Dopo la seconda guerra mondiale la legge dello sviluppo ineguale ha agito su scala planetaria, in generale, tra l’imperialismo nel suo insieme e il resto del mondo; in particolare, fra l’anarchia dell’economia imperialista e l’economia pianificata socialista.  Anche dopo la tragedia del crollo dell’Urss e delle democrazie popolari dell’Est europeo questa legge è ancora operante. La corrente storica principale della nostra epoca è il contrasto che si va delineando fra imperialismo e paesi non-imperialisti. Si sta sviluppando, e consolidando, sotto i nostri occhi, un’Associazione di Stati che comprende la Cina, la Russiae una serie di paesi in via di sviluppo (India, Brasile, Sud Africa), associazione di Paesi attivamente promossa dalla Repubblica popolare Cinese. Gli stessi economisti <em>globali</em> di parte imperialista, prevedono che nel giro di un paio di decenni, questi Paesi, nel loro insieme,  soppianteranno il primato economico dell’imperialismo e lo scavalcheranno. Per questi motivi, gli Stati Uniti d’America si preparano a scatenare una nuova guerra mondiale. E’ tuttora valida la sintesi maoista della situazione internazionale della nostra epoca espressa nei termini: o la guerra dà impulso alla rivoluzione o la rivoluzione ferma la guerra.</p>
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<p>L’oggetto principale della polemica mondiale che negli anni ’60 i marxisti leninisti del Partito Comunista Cinese e del Partito del lavoro d’Albania condussero contro il revisionismo moderno verteva soprattutto sull’effettivo pericolo di una nuova guerra mondiale scatenata dall’imperialismo e contro le irresponsabili illusioni  diffuse dal grande bandito trotskista Krusciov sulla ragionevolezza dei “circoli dirigenti americani”. Il prevalere in Italia e in Europa  dei Krusciov occidentali (Togliatti, Thorez Carrillo) mise la sordina al problema del reale pericolo di una nuova guerra imperialista. Le pacifistiche  illusioni sulla possibilità di evitare la guerra sono state ereditate dalla cosiddetta nuova sinistra (Manifesto, Pdci, Prc, Pcsp) la quale  ha rinunziato codardamente a fare, della presenza atomica Usa in Italia, un cavallo di battaglia all’epoca in cui aveva una consistente rappresentanza parlamentare. I marxisti leninisti devono lottare contro queste illusioni, legarsi alla tradizione della forte polemica antirevisionista degli anni ’60, e denunciare i pericoli mortali che incombono sul nostro popolo e sulla nostra Penisola divenuta un deposito di bombe termonucleari grazie a trattati segreti di tradimento nazionale stipulati da marci esponenti politici dell’altrettanto marcia e  criminale borghesia italiana. I suddetti trattati segreti hanno fatto dell’Italia un obiettivo termonucleare “sensibile”. Il compito primario dei marxisti leninisti è la ripresa della lotta per cacciar via dal suolo italiano gli Stati Uniti d’America e la Nato.</p>
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<p><strong>Amedeo Curatoli</strong>
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		<title>Turchetti: il mio modesto contributo al dibattito per le riunificazione dei comunisti ovunque collocati</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2012 21:45:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[SEI TESI PER UNA UNITA' UTILE]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Mondo è diviso in una miriade di sistemi politici e di potere che danno origine a governi nazionali. Il sistema economico capitalista, pressoché in tutto il Mondo, è basato sullo sfruttamento delle risorse, per rivenderle, a prodotti finiti, ad una infinità di volte superiore al costo di estrazione e /o di prelievo, passando per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6843" rel="attachment wp-att-6843"><img class="alignleft size-full wp-image-6843" title="cover" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/08/cover_28437.jpg" alt="" width="350" height="233" /></a>Il Mondo è diviso in una miriade di sistemi politici e di potere che danno origine a governi nazionali.<br />
Il sistema economico capitalista, pressoché in tutto il Mondo, è basato sullo sfruttamento delle risorse, per rivenderle, a prodotti finiti, ad una infinità di volte superiore al costo di estrazione e<br />
/o di prelievo, passando per una trasformazione, al minor costo della manodopera ed al più alto incentivo statale.<br />
In questo contesto si trova il rapporto tra forza-economica e forza-lavoro, verso le quali interviene, di volta in volta la politica dando vita a Governi che, poi, legiferano interpretando i principii generali del vivere delle persone, all’interno dell’ecosistema, in maniera diversa, a seconda dell’orientamento politico e/o ideale dando, come ovvio, risultati diversi.<br />
Viviamo un periodo in cui il sistema capitalista, ha innescato il germe della discordia attraverso la personalizzazione delle cose e delle idee, dando l’impressione che senza questa generazione, peraltro vecchia ed arrogante, non si possa andare avanti.<br />
Lo sfruttamento selvaggio delle risorse sta mettendo in crisi l’ecosistema e, con esso, i rapporti interpersonali e familiari per i metodi, gli argomenti e giustificazioni adottate. Se passa altro tempo il danno sarà irreversibile per la stessa democrazia, peraltro abbastanza compromessa per l’attacco dei poteri forti a tutti e tutto ciò che porta verso maggiori e più serene condizioni di vita e di lavoro degli strati più bassi della popolazione.<br />
Non dare colpe, ma cercare soluzioni utili e condivise è necessario, se si vuole uscire da una strada senza ritorno, ma non obbligatorio, perché in democrazia ognuno ha un ruolo distinto e diverso. Le responsabilità, quindi, restano tutte sulle spalle di chi ha voluto un sistema economico-istituzionale, corrompendo, comprando, promuovendo, uomini e donne ed organizzazioni di categoria e di massa, incapaci di impegnarsi per il bene comune ma, viceversa, impegnati solo per la parte che li ha corrotti, comperati, promossi.<br />
Ciò sta finalmente esaurendosi e per questo è il momento più difficile.<br />
Se a pagare e risolvere i problemi dell’Italia, dell’Europa e del Mondo, sono sempre gli stessi, non resta che lo scontro, perché gli strati più poveri che compongono la forza lavoro sono quelli che producono ricchezza di cui il capitale se ne appropria e rivende, attraverso anche prestiti alle persone ed alle famiglie, per incentivare il consumo vecchio e nuovo, riproducendo le stesse storture del passato.<br />
Lo scontro, finché si è in democrazia, deve avvenire in termini dialettici, attorno a proposte alternative e contrapposte, cosa che non è ora, ad armi pari, cosa che non è data oggi, se è vero che si vuole il bene delle persone più deboli, dei lavoratori e, soprattutto, dell’ecosistema, altrimenti non restano che iniziative con una certa vigoria,fatte con determinazione e continuità, a secondo dei tentativi di impedire che ci sia un confronto vero, “democraticamente” vietato, da diverso tempo a questa parte.<br />
A fronte di tutto ciò, non si può che prendere atto del disfacimento del movimento comunista e socialista che, avendo scelto solo le istituzionali, hanno portato a non avere più fiducia in esse, oltrechè al rifiuto della politica, come dimostra la grande astensione alle votazioni delle varie istanze. Queste, le istituzioni a tutti i livelli, sono viste sempre più come centri di potere e non come realizzazione delle opere a vantaggio della qualità della vita dei cittadini/e e non degli amici e dei parenti.<br />
Decidere di stare a sinistra in modo autonomo è necessario, oltreché il momento opportuno per tutta una serie di situazioni che si intrecciano, soprattutto per noi comunisti, pur guardando al CS come momento di miglioria del sistema, sappiamo però, per analisi ed esperienza, che anche questo CS non è risolutivo delle condizioni di vita e di lavoro delle persone, ne, tantomeno della salvaguardia dell’ecosistema compromesso dalle scelte dei governi, sia di Centrosinistra che di Centrodestra e che è, invece, lo spartiacque dello stare insieme in una coalizione per il bene delle future generazioni.<br />
Per questo, non condividendo l’opinione che si è creata fino ad ora attorno ed all’interno della FdS, e cioè, stare dentro il CS, con una visione del Mondo che i comunisti hanno, nel tempo, sicuramente modificato, ma pur tuttavia distanti da un sistema corrotto, corruttore e guerrafondaio al quale noi siamo contrari ed alternativi.<br />
Due centrosinistra ed un arcobaleno, più le leggi elettorali che sono contrarie allo spirito costituzionale e di rappresentanza del popolo nelle istituzioni, bastano ed avanzano, per porci fuori dai CS che non rispecchino e rispettino anche i nostri principii.<br />
Al punto in cui siamo, lavorare per una alternativa al sistema è inevitabile, per essere ancora credibili, coerenti e che vogliamo e lottiamo per una società che superi il capitalismo, non lo “sopporti” e supporti con alleanze che non hanno, non avranno mai i nostri obiettivi, immediati a medio ed a lungo termine.<br />
Già con queste poche considerazioni penso, che la base di discussione, posta dai 6 punti dei C.U. ha dato la possibilità di confrontarsi, ma solo a certi livelli. Noi dobbiamo fare il resto, portare questa discussione in mezzo al blocco alternativo al sistema, che c’e ed è ampio, oltre che per organizzare anche per stanare chi ancora si attarda a dire che l’alternativa si fa se entrate tutti nel PRC, nel PdCI, nel PCL, in PCSP, ecc ecc ed ognuno porta “giustificazioni” per essere ancora una “minientità”. Abbiamo bisogno, invece, ora e non domani, di un azzeramento ed una ripartenza fatta di proposte, dove il metro di misura non siano solo le parole ma, innanzitutto la coerenza tra il dire ed il fare.<br />
<em>“…sempre, dopo ogni rovescio, occorre prima di tutto ricercare le responsabilità dei dirigenti, e ciò in senso stretto (per esempio: un fronte è costituito di più sezioni e ogni sezione ha i suoi dirigenti: è possibile che di una sconfitta siano più responsabili i dirigenti di una sezione che di un’altra, ma si tratta di più e meno, non di esclusione di responsabilità per alcuno, mai). Posto il principio che esistono diretti e dirigenti, governanti e governati, è vero che i “partiti” sono finora il modo più adeguato per elaborare i dirigenti e la capacità di direzione (i “partiti” possono presentarsi sotto i nomi più diversi, anche quello di antipartito e di “negazione dei partiti”; in realtà, anche i così detti “individualisti” sono uomini di partito, solo che vorrebbero essere “capi partito” per grazia di Dio o dell’imbecillità di chi li segue)</em>.” Antonio Gramsci, [Q. 15, p. 1752]<br />
Negli anni 70 Enrico Berlinguer ci tornò sopra. Mai come oggi sono attuali queste analisi!!!<br />
Tonino Turchetti
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		<title>Mordenti: IL MOMENTO E’ ORA! UN TENTATIVO DI RISPOSTA ALLA PROPOSTA DEI “COMUNISTI UNITI”</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Aug 2012 12:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[SEI TESI PER UNA UNITA' UTILE]]></category>

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		<description><![CDATA[IL MOMENTO E’ ORA! UN TENTATIVO DI RISPOSTA ALLA PROPOSTA DEI “COMUNISTI UNITI” di Raul Mordenti  Accolgo molto volentieri l’invito a intervenire nel dibattito proposto con le vostre Sei Tesi, non solo per la stima personale ma soprattutto per la bella esperienza che abbiamo fatto assieme organizzando seminari comuni su Marx e la crisi, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6837" rel="attachment wp-att-6837"><img class="alignleft size-medium wp-image-6837" title="10017543-falce-e-martello" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/08/10017543-falce-e-martello-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>IL MOMENTO E’ ORA! UN TENTATIVO DI RISPOSTA ALLA PROPOSTA DEI “COMUNISTI UNITI”</p>
<p align="JUSTIFY">di Raul Mordenti</p>
<p align="JUSTIFY"> Accolgo molto volentieri l’invito a intervenire nel dibattito proposto con le vostre Sei Tesi, non solo per la stima personale ma soprattutto per la bella esperienza che abbiamo fatto assieme organizzando seminari comuni su Marx e la crisi, e anche su altre questioni, con l’Ufficio Formazione Politica del PRC e con le nostre associazioni culturali di ispirazione comunista.</p>
<p align="JUSTIFY">Non credo di esagerare dicendo che esperienze come quelle che abbiamo condotto insieme, pur nella loro limitatezza numerica, hanno contribuito e possono contribuire veramente all’unità dei comunisti, e perfino alla rifondazione di un vero Partito comunista con caratteri di massa, perché permettono di affrontare <em>le questioni fondamentali</em>, e di farlo fra compagni e da compagni, senza pregiudizi e senza dogmatismi, ma con serietà politica e – se posso dirlo – anche filologica, cioè testi alla mano, senza violentare mai i testi dei nostri classici ma (finalmente!) rileggendoli per capire meglio il presente, con lo scrupolo e la passione che ci servono – oggi più che mai – per ri-pensare la rivoluzione.</p>
<p align="JUSTIFY"> <strong>1. Il punto che più mi colpisce nelle Sei Tesi che proponete alla discussione è la loro <em>condivisibilità</em>, per parte mia pressoché totale.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Proprio da questa larga condivisibilità vorrei partire per cercare di sviluppare un abbozzo almeno di ragionamento. Non ricordo infatti altri momenti in cui sia stata così larga, e così signficativa, la condivisione fra comunisti/e (e non solo) a proposito dell’analisi della fase e dunque, almeno in parte, anche a proposito delle cose da fare. Non vogliàtemene se dico che, francamente, non credo che ciò dipenda da qualche speciale genialità di chi ha scritto quelle vostre Sei Tesi: dipende invece dalla fase politica, o se si vuole storica, che attraversiamo, <em>segnata dalla crisi del capitalismo</em>. Ci sono fasi in cui la lotta di classe accelera potentemente, si fa – se possibile – ancora più aspra e proprio per questo essa porta alla luce le verità delle cose; e noi viviamo una di queste fasi. Il fatto che la crisi sia crisi del capitalismo <em>in quanto tale</em> (cioè non di questa o quella banca, non di questa o quella nazione) non basterebbe da solo a fare tanta chiarezza; ciò che rende di colpo chiaro quello che prima sembrava oscuro è piuttosto la feroce determinatezza classista dei nostri avversari, cioè la loro decisione (presa a livello internazionale e fedelmente applicata in Italia: anche questo fatto è una grande lezione di marxismo!) di far pagare per intero la loro crisi alla nostra classe.</p>
<p align="JUSTIFY">L’intellettuale proletario Ascanio Celestini (ebbene sì! secondo me è questa la definizione che si merita) ha spiegato in un suo monologo, con la chiarezza che solo l’arte possiede, ciò che cerco di dire: è quando Celestini mette in bocca a un padrone (che è Monti) la poco sobria espressione “So’ cazzi vostri!”, rivolta ai proletari; quello stesso padrone celestiniano risponde alle sensate proposte della patrimoniale, delle tasse sulle transazioni finanziarie, della lotta all’evasione fiscale, della lotta alla speculazione etc., con altrettanta chiarezza: “Ma allora non ci siamo capiti! I soldi portati in Svizzera sono i nostri, i grandi patrimoni sono i nostri, le speculazioni le facciamo noi; e allora queste cose ce voi proponete non si possono assolutamente fare! So’ cazzi vostri, mica so’ cazzi nostri!”. Davvero non si potrebbe descrivere meglio la politica economica (cioè la politica) del Governo cosiddetto “tecnico”, il Governo della borghesia, della finanza, della massoneria, dei grandi funzionari del capitale, dell’obbedienza agli USA e ai “poteri forti” europei (e al Vaticano). Dunque questo è il più <em>politico</em> dei Governi che mai l’Italia abbia conosciuto, quello in cui si esprimono in forma diretta e, per così dire, “pura” (senza dover più ricorrere alla mediazione dei partiti), gli interessi di classe della classe dominante, in tutte le sue frazioni e articolazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta deciso che la borghesia capitalistica non deve pagare in alcun modo la sua crisi, si pone il problema seguente: da dove trarre i soldi per gestire (non dico risolvere) la crisi e per rinviare (non dico evitare) la catastrofe? Si ammetterà che è un problema complicato: se i soldi non li debbono tirare fuori quelli che ce li hanno, cioè i capitalisti, allora li debbono tirare fuori quelli che non ce li hanno, cioè la classe operaia. Infatti la “soluzione” capitalistica della crisi (peraltro “classica” e già analizzata da Marx) è una sola: cercare di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso <em>uno spostamento di denaro dal salario verso il profitto</em> (e la rendita) cioè <em>colpire il salario</em>. Su questo punto sono assolutamente convincenti le documentate argomentazioni di un recente libro di Gian Paolo Patta (<em>Plusvalore d’Italia. Il buon uso di Marx per capire la crisi mondiale e nel nostro Paese</em>, Edizioni Punto Rosso, 2012). Proprio questo dice il Monti di Celestini, e anche il Monti vero, quando a proposito della crisi spiega ai proletari: “So’ cazzi vostri!”.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma colpire direttamente il salario (cioè abbassarlo formalmente, più ancora di quanto non faccia già l’aumento del costo della vita) è ormai cosa assai difficile, perché c’è ben poco da spremere; infatti, grazie a un ventennio di lungimirante politica sindacale della “concertazione” (la traduzione di questa parola è: tenere inchiodati i salari sotto il livello di inflazione sganciandoli da ogni possibile partecipazione all’incremento della produttività), il salario operaio è ormai prossimo al livello di sussistenza, e anzi larghi settori di lavoro salariato sono già precipitati dentro la fascia della cosiddetta “povertà assoluta” (che significa: non avere i soldi necessari per mangiare e per far mangiare i propri figli, né per vestirsi o curarsi, non arrivare alla “quarta settimana” del mese, etc.); insomma: un tempo i “poveri” erano i disoccupati, ora sono anche i salariati. Stando così le cose, il salario deve essere colpito <em>indirettamente</em>, in tutte le sue forme, ed è esattamente quanto il Governo “tecnico” della borghesia ha fatto e sta facendo con piena convinzione (e in alcuni casi – penso alla faccia del Ministro Fornero – sembrerebbe anche con una certa sadica soddisfazione).</p>
<p align="JUSTIFY"> <strong>2. Elenco sommariamente qui di seguito quattro forme che assume oggi questo attacco capitalistico al salario.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">(a) Anzitutto il salario viene colpito con la generalizzazione del precariato e del lavoro nero (che riguarda massicciamente i lavoratori immigrati, ma non solo loro) e con la crescente disoccupazione, specie giovanile. Altrove ho fatto notare che se un/a giovane può ridursi a lavorare per 500 euro al mese (ben al di sotto della sussistenza, cioè molto meno di quanto servirebbe per sopravvivere) ciò significa che questo/a giovane campa solo grazie al sistema di welfare “all’italiana” rappresentato dalla famiglia, e che – in altre parole – il nonnetto pensionato finanzia con parte della sua pensione l’industria, rendendole possibile, con il parziale mantenimento di quel lavoratore/trice, il ricorso al sotto-salario (e dunque al sopra-profitto). Poter disporre di un esercito salariale di rierva, sempre crescente, di lavoratori/trici in condizione di assoluta e permanente precarietà (e insomma, letteralmente, disposti a tutto) rappresenta una colossale forma di compressione salariale, cioè di spostamento del reddito dal salario al profitto.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma perché questa situazione possa dare tutti i suoi frutti (per il capitale) è necessario destrutturare completamente <em>per l’intera classe operaia</em>, e non solo per le sue frazioni più deboli, il sistema dei diritti del lavoro (e dello stesso Diritto del lavoro) quale era stato conquistato in mezzo secolo e più di lotte operaie: e proprio a questo serve l’abolizione di fatto dell’art.18. Sta qui una sorta di grumo reazionario, cioè consiste in questa necessità economica la base materiale del carattere antidemocratico e illiberale del Governo Monti anche sul piano delle istituzioni – su cui tornerò fra poco – cioè il fatto che questo Governo sia (e sempre più) contro la Costituzione. Questa non solo è stata di fatto violata (auspice Napolitano) dall’insediamento tutto extraparlamentare del Governo ma, non per caso, è stata già colpita in un punto vitale con l’introduzione del folle pareggio di bilancio nella stessa Carta costituzionale (ricordiamocelo sempre: votata di corsa e pressoché all’unanimità dall’attuale Parlamento!). Che un simile <em>vulnus</em> sia stato eseguito (e non solo in Italia) per obbedire a un esplicito <em>diktat</em> della Banca Centrale Europea (a sua volta mai eletta da nessuno) fa capire bene che cosa intenda la borghesia per democrazia e chi comandi davvero.</p>
<p align="JUSTIFY">(b) In secondo luogo, il salario viene colpito nella sua forma <em>differita</em>, in ciò che si chiama “pensione”. Forse noi stessi non ci rendiamo conto fino in fondo del fatto che le pensioni non sono affatto “spesa sociale”, cioè erogazione di reddito da parte dello Stato a favore dei lavoratori anziani: è vero il contrario! si tratta di erogazione di parte del salario dei lavoratori a favore delle casse dello Stato. Le pensioni non sono infatti altro che salario differito dei lavoratori, per decine e decine di anni accantonato e gestito dall’INPS (e dal Tesoro); di questo salario e dei suoi rilevanti interessi composti <em>solo una parte</em> viene restituita ai lavoratori in forma di previdenza (il pagamento delle loro pensioni) mentre un’altra parte viene usata per l’assistenza, per la Cassa Integrazione etc. oltre che per le pensioni di commercianti, alti dirigenti, agricoltori etc. i quali tutti prendono di pensione assai di più di quanto hanno versato. Colpire le pensioni (allungamento dell’età, bidone tirato agli “esodati”, indicizzazione verso il basso (!) legata all’aumento della vita media, etc.) non significa dunque affatto – come spesso si dice – ridurre una cosiddetta “spesa sociale” divenuta eccessiva ma significa in realtà solo aumentare ancora di più la quota di salario differito di cui il Tesoro (e per tramite suo la borghesia) si appropria. Tanto per dare due cifre: il recente salvataggio europeo delle banche spagnole (si noti bene: delle banche, <em>non</em> dello Stato spagnolo) è costato all’Italia 10 miliardi di euro, ciò vuol dire che <em>tutti</em> i soldi tratti da Monti dalla mazzata sulle pensioni dei lavoratori italiani sono finiti lì, a rifinanziare le banche private spagnole cadute in difficoltà per le loro speculazioni eccessive (in modo che possano farne altre, più redditizie per loro).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma a proposito delle pensioni c’è di più: escludere una intera generazione (i trentenni di oggi) dalla pensione e convincere tutti gli altri (purtroppo coi fatti) che la pensione non basterà mai più a garantire una vecchiaia dignitosa serve a costringere le masse popolari a forme private di <em>pensione integrativa</em>, cioè in pratica, di nuovo!, a spostare masse ingenti di danaro dal salario verso il capitale (in questo caso: direttamente verso il capitale finanziario). Rischiando di scandalizzare qualche compagno più ortodosso di me, sostengo che anche la tassa IMU sulla prima casa rappresenta un attacco diretto al risparmio popolare, perché nel nostro Paese, da sempre privo di politiche per il diritto all’abitare, milioni e milioni di proletari si sono indebitati per generazioni per comprarsi o farsi una casa in cui abitare, che ora viene tassata (mentre sono state esentate dall’IMU, oltre al Vaticano, anche le Fondazioni bancarie).</p>
<p align="JUSTIFY">(c) In terzo luogo, rappresenta un attacco indiretto al salario far pagare ai lavoratori i loro diritti. De-finanziare sistematicamente e massicciamente la spesa pubblica, cioè scuola, sanità, università, enti locali etc., significa che queste cose debbono ora essere pagate dalle masse popolari, e a caro prezzo. In tal modo i diritti diventano mercato, cioè profitto privato. La connessione, che è a base della nostra Costituzione, fra l’esercizio dei diritti fondamentali e la loro gratuità (penso alla scuola e alla sanità) viene disinvoltamente calpestata. In questo la continuità fra le politiche del Governo Monti e quelle dei Governi Berlusconi è assolutamente clamorosa, e non per caso a suo tempo Mario Monti (allora Rettore) fu tra i pochi a scendere apertamente in campo a difesa del Ministro Gelmini quando costei massacrò coi suoi tagli la scuola pubblica e l’università pubblica. E – si noti – non si tratta solo di “risparmiare”: il fatto è che anche la scuola, anche la sanità, debbono diventare fonte di guadagno privato, ma affinché questo possa avvenire scuola e sanità debbono essere sottratte alla loro (peraltro tendenziale e relativa) gratuità. Tanto meglio se in questo modo si riesce anche a conservare, anzi a rafforzare, la feroce e immobile gerarchia fra le classi che caratterizza il nostro Paese. Istruttivo a questo riguardo è l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie, che potrebbe apparire a qualcuno una mascalzonata secondaria a fronte delle altre: io credo invece che questa non sia affatto una cosa secondaria, al contrario. Andare all’Università, poter mandare un figlio o una figlia all’Università, è stato per il nostro popolo anche un elemento di speranza e di dignità sociale, pagato sempre con grandi sacrifici collettivi; impedire che questo avvenga (nel Paese che per numero di universitari e di laureati è agli ultimi posti dell’Occidente!) e <em>togliere perfino la speranza</em> che questo possa avvenire, è un gesto politico di enorme portata, anche simbolica. Non per caso nel <em>medesimo</em> decreto che aumentava le tasse per l’Università pubblica venivano aumentati i fondi erogati dallo Stato (contro la Costituzione) alle Università private, come la Bocconi o la Cattolica, da cui provengono molti attuali ministri e lo stesso Monti. Si noti che gli aumenti delle tasse colpiscono in modo particolarmente accanito (fino al 100%) i cosiddetti “fuori corso”, cioè tutti coloro che non si laureano in tempo normale, magari (chissà?) perché mentre studiano faticosamente fanno anche i mille infami “lavoretti” a cui i giovani sono oggi costretti; e siccome l’ipocrisia di Lorsignori non ha davvero limiti, essi precisano che dagli aumenti saranno esentati quegli studenti “fuori corso” che saranno in grado di esibire … un regolare contratto di lavoro (ironia tragica).</p>
<p align="JUSTIFY">(d) Infine la quarta forma di attacco indiretto al salario sono le privatizzazioni. In questo caso si tratta o di beni naturali, che appartengono a tutti per loro intrinseca natura (l’aria, l’acqua, il paesaggio, le frequenze televisive, etc.) oppure di beni che derivano da quote di salario collettivo o sociale che attraverso la fiscalità generale sono state nel tempo cristallizzate, per dir così, nelle proprietà pubbliche. Con i soldi di chi sono state costruite le grandi reti ferroviarie o idrauliche o delle telecomunicazioni o delle autostrade etc.? Con i soldi di chi sono state costruite le caserme oggi dismesse o i beni demaniali? Chi ha fornito i capitali per l’ENI, per l’ENEL, etc.? Si tratta ora di dare tutto ciò ai capitalisti, o meglio di <em>regalarglielo</em> (vedi ciò che è già avvenuto con la Telecom o con le Autostrade!), in modo che essi possano trarre profitto privato da ciò che proviene dai soldi di tutti, cioè dei proletari.</p>
<p align="JUSTIFY">Precarizzazione e attacco ai diritti del lavoro; attacco alle pensioni; riduzione dei fondi per i diritti, in modo da trasformarli in <em>business</em> privato; privatizzazione di tutto e di più: ecco dispiegati davanti a noi “i quattro cavalieri dell’Apocalisse” che sono la politica del Governo Monti.</p>
<p align="JUSTIFY"> <strong>3. Il carattere apertamente di classe, di segno capitalistico-borghese e anti-popolare, di queste politiche, è oggi del tutto evidente.</strong> E se le ho richiamate qui è per dire che anche la politica della sinistra non può non tenerne conto, anzi <em>non può non partire da queste evidenze</em>. Sembra questa una banalità ma forse non lo è: troppo spesso le nostre scelte politiche prescindono dall’evidenza, cioè <em>dal senso delle cose</em>. Io penso che proprio questa rinuncia dei comunisti<em> a partire dal senso delle cose e a restargli fedele</em> abbia avuto effetti devastanti per il nostro popolo, abbia rappresentato la partecipazione subalterna della sinistra a quel trionfo del non-senso mediatico che è il berlusconismo, e che abbia oggi come contrappasso la diffusione fra le masse del non-senso politico che è l’astensionismo (o di quella sua variante <em>à la page</em> che è il “grillismo”).</p>
<p align="JUSTIFY">Mi sembra altresì evidente che il Governo Monti, e ciò che abbiamo chiamato al Congresso di Napoli di Rifondazione il suo carattere “costituente”, <em>cambiano completamente il quadro politico</em>, e dunque anche il problema delle alleanze che gli è connesso. Ad esempio, – senza neppure soffermarci troppo a discutere se quella politica fosse giusta in passato (e personalmente non lo credo), – è del tutto <em>evidente</em> (voglio ripetere ancora questa parola) che oggi <em>semplicemente non esiste più</em> l’ipotesi di una grande alleanza di tipo “antifascista” che comprenda sia noi comunisti che il PD. Prescindiamo per un attimo dalla circostanza (si ammetterà: non del tutto secondaria) che il PD non vuole affatto una simile alleanza, che esso guarda verso l’UDC, che tende a liberarsi dello stesso indisciplinato Di Pietro e che trova qualche difficoltà persino a imbarcare Vendola, benché questi si sia dimostrato obbediente <em>perinde ac cadaver</em>.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma dobbiamo domandarci: <em>contro chi</em> sarebbe una tale alleanza, se proprio Monti e la sua maggioranza sono oggi la punta di diamante dell’attacco contro i diritti del lavoro e contro la stessa Costituzione? E D’Alema ha chiarito bene, a nome del PD, che dopo Monti…c’è Monti, cioè la sua politica. E farebbero parte di un’alleanza di tipo antifascista coloro che non solo hanno promosso il sistema elettorale maggioritario e i premi di maggioranza, ma (come il PD) si muovono oggi verso il presidenzialismo e il “doppio turno” gollista (cioè verso quel sistema elettorale che Mitterrand definiva “un colpo di Stato permanente”), che significherebbe la mortificazione definitiva del Parlamento e anzi la soppressione dello stesso carattere parlamentare disegnato dalla Costituzione della nostra Repubblica? E ancora: <em>con chi</em> sarebbe tale alleanza? Anche con chi ha votato l’abolizione dell’art.18 e la modifica della Costituzione (per non parlare delle spese militari e delle guerre)? Anche con l’UDC di Casini e Cuffaro, che il compagno Vendola mostra di accettare? Anche con Fini, con Montezemolo, con Marcegaglia, con Ichino? Siamo seri.</p>
<p align="JUSTIFY">Di nuovo, mi sembra del tutto <em>evidente</em> che il tema, costante per i comunisti, di coniugare autonomia e unità si declini oggi come proposta di una unità, la più larga possibile, fra tutte le forze di sinistra <em>che si oppongono alle politiche del Governo Monti</em>. Proprio qui, fra chi è con Monti e chi è contro Monti, passa oggi <em>un confine</em>, netto, invalicabile, inaggirabile. Voglio anche sottolineare che non si tratterebbe solo di una serie di “no” perché, come anche le vostre Sei Tesi dimostrano, esisterebbe anche una larga base programmatica <em>propositiva</em> che la sinistra larga e unita sarebbe in grado di avanzare (mi permetto di rinviare, a questo proposito, anche alle “10 proposte” contro la crisi capitalistica avanzate a suo tempo dalla Federazione della Sinistra, cfr.: <a href="http://www.liberaroma.it/word/brevi/un’altra-politica-economica-e-possibile-le-“10-proposte”-della-federazione-della-sinistra/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">http://www.liberaroma.it/word/brevi/un’altra-politica-economica-e-possibile-le-“10-proposte”-della-federazione-della-sinistra/</span></a>).</p>
<p align="JUSTIFY">Se tutto questo è vero, allora l’area che ho definito all’inizio come della larga <em>condivisibilità</em> fra di noi non riguarda solo l’analisi della crisi ma non può non riguardare anche la politica nel senso più immediato del termine, cioè le scelte elettorali e le relative alleanze.</p>
<p align="JUSTIFY"> <strong>4. Da questo quadro analitico deriva una conclusione:</strong> la <em>contraddizione principale</em> che è oggi di fronte a noi mi sembra essere quella che si determina fra <em>un massimo</em> di condivisione analitico-politica (forse la più larga mai verificatasi nell’ultimo trentennio) e <em>un minimo</em> di convergenza o connessione politico-organizzativa (viviamo forse il punto più basso della consistenza organizzativa dei comunisti e della sinistra di classe e della nostra unità).</p>
<p align="JUSTIFY">Questa mi pare la contraddizione principale a cui occorre lavorare, e con urgenza, giacché le fasi di crisi conclamata e di accelerazione della lotta di classe, come quella che viviamo, non lasciano molto tempo ai comunisti, segnano per loro anche delle scadenze e delle urgenze, e profilano sempre l’esito possibile di una terribile fuoruscita a destra dalla crisi.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa significa, in concreto, lavorare insieme a quella che ho definito la <em>contraddizione principale</em> fra un massimo di condivisione analitico-politica e un minimo di convergenza politico-organizzativa?</p>
<p align="JUSTIFY">Provo a rispondere a questa domanda, con delle necessarie e un po’ brutali semplificazioni di cui mi scuso in anticipo. Io penso che la prima necessità sia mettere al centro la urgente costruzione di <em>un luogo politico unitario</em>, e penso che questo debba essere fatto (avevo anticipato che sarei stato schematico!) senza andare troppo per il sottile, cioè senza guardare la pagliuzza negli occhi dei nostri fratelli e compagni, dato che tutti abbiamo travi, più o meno grossi, nei nostri occhi. Penso ancora che Rifondazione, non fosse altro in quanto è attualmente l’organizzazione comunista italiana più vasta e radicata, possa essere il luogo di una simile aggregazione politica unitaria dei comunisti, e penso altresì che la Federazione della Sinistra possa essere l’ambito di una unità ancora più vasta, estesa anche a soggetti non partitici, di movimento, singoli/e compagni/e etc., e capace di gestire unitariamente anche i momenti istituzionali ed elettorali.</p>
<p align="JUSTIFY">Proprio perché il processo a cui siamo costretti a pensare, e in tempi stretti!, è e deve essere assai vasto, vorrei essere del tutto chiaro a questo proposito. Quando parlo di unità non penso estenuanti e paralizzanti trattative di fusione fra gruppi dirigenti, tutti tesi alla conservazione dei loro ruoli; e meno che mai penso a una unificazione senza principi fra tutti coloro che a vario titolo vogliono usare il nome “comunista”, magari autonominandosi capo supremo e leader di qualche partitino (abbiamo già troppi problemi per farci anche carico di alcuni evidenti limiti della “Legge Basaglia”); penso invece a un’affluenza e a una confluenza di compagni/e <em>dal basso</em>, capace di travolgere con la forza delle cose le attuali miserie (e sono davvero tante!) degli attuali nostri Partiti e le asfittiche rigidità delle loro attuali strutture dirigenti. Così come quando penso alla Federazione della Sinistra come luogo possibile di una unità vasta e vera, non penso affatto al consolidamento del paralizzante regime pattizio fra i tre, o quattro, soci fondatori, ma penso, al contrario, allo sprigionamento di energie che può derivare dalla messa in pratica dell’idea forza fondativa della Federazione della Sinistra (che condivido fino in fondo), cioè che sia possibile mettersi assieme sul 90% delle cose che ci uniscono mettendo sullo sfondo, o fra parentesi, il 10% delle cose che ci dividono; ma anche per far questo è necessario che nella Federazione della Sinistra irrompa la democrazia; e la democrazia da dove può arrivare se non dal basso?</p>
<p align="JUSTIFY">Proponendovi di voler praticare il terreno di costruzione e di lotta rappresentato dal PRC e dalla FdS, non voglio affatto nasconderne i limiti gravissimi attuali. Nel caso del PRC, come sapete, ho cercato di esporre più volte (e spero che me ne sia dato atto: senza opportunismi) i gravi problemi, specie di democrazia, che mi sembrano drammaticamente aperti e che dobbiamo assolutamente cercare di risolvere (mi sia permesso di rinviare per questo al mio libretto: <em>Non è che l’inizio. Venti anni di Rifondazione Comunista</em>, Edizioni Punto Rosso, 2011). In estrema sintesi, io penso che il “miracolo” di essere sopravvissuti allo scioglimento postulato dalla mozione Vendola al Congresso di Chianciano, abbia consentito di tenere vivo un prezioso collettivo organizzato di diverse decine di migliaia di comunisti/e radicato in tutta Italia. Questo è un merito storico dell’attuale gruppo dirigente Ferrero-Grassi, e gli va riconosciuto per intero. Purtroppo a questo stesso gruppo dirigente è mancato il filo che era necessario per tessere ben altra tela, cioè per avviare una vera e propria rifondazione di Rifondazione, che voltasse davvero pagina rispetto ai limiti della direzione bertinottiana, e del piccolo ceto burocratico-istituzionale che questa aveva sedimentato in giro per l’Italia, ma soprattutto a Via del Policlinico, così distruggendo gran parte del Partito. La miseria del patto di ferro fra le correnti organizzate, con relativo “manuale Cencelli” alla mano, tutte unite per bloccare il più possibile il necessario rinnovamento del Partito, ha rappresentato il “tappo” che al Congresso di Napoli, e non solo, ha impedito di sprigionare le potenzialità del collettivo di Rifondazione; ma sono potenzialità di cultura politica, di militanza, di organizzazione e di entusiasmo che a me tuttora paiono preziosissime e assai rilevanti. Dal marzo scorso, con tanti e tante militanti del PRC di provenienze e orientamenti assai diversi, abbiamo voluto scommettere sul nesso democrazia-comunismo anzitutto nel nostro Partito, auto-convocandoci per sollevare questo problema cruciale (cfr. il sito, in costruzione, “Comunismo è democrazia”: <a href="http://comunismoedemocrazia.blogspot.it" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">http://comunismoedemocrazia.blogspot.it</span></a>), e siamo certi che quel “tappo” correntizio, davvero troppo sproporzionato rispetto ai compiti che sono oggi di fronte ai/lle comunisti/e, finirà prima o poi per saltare, e definitivamente.</p>
<p align="JUSTIFY">Resta il fatto che a me pare decisivo e che riguarda, cari/e compagni/e anche voi: il momento storico che viviamo non consente più a nessuno il lusso di aspettare sulla riva del fiume che passi il cadavere del proprio nemico (o piuttosto: del proprio amico imperfetto); il momento di lavorare insieme è, per tutti noi, ora. <em>Hic Rhodus, hic salta!</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Roma, 14 agosto 2012 Raul Mordenti</em></p>
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		<title>N.Dosio: Serve l&#8217;unità, ma senza cadere nel politicismo</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Aug 2012 12:44:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[SEI TESI PER UNA UNITA' UTILE]]></category>

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		<description><![CDATA[Serve l&#8217;unità, ma senza cadere nel politicismo Nicoletta Dosio, NO TAV Bussoleno (To)  &#160; http://www.infoaut.org/index.php/blog/target/item/5105-serve-lunit%C3%A0-ma-senza-cadere-nel-politicismo Un programma per il futuro? Dall’abisso nel quale ci hanno portato il dominio del capitale e la compatibilità pressoché totale al sistema, grazie anche ad una sinistra tesa a smorzare le lotte ed a cogestire il modello di sviluppo fondato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6832" rel="attachment wp-att-6832"><img class="alignleft size-medium wp-image-6832" title="55" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/08/55-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Serve l&#8217;unità, ma senza cadere nel politicismo</h1>
<p><strong><em>Nicoletta Dosio, NO TAV Bussoleno (To) </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><a href="http://www.infoaut.org/index.php/blog/target/item/5105-serve-lunit%C3%A0-ma-senza-cadere-nel-politicismo" target="_blank">http://www.infoaut.org/index.<wbr>php/blog/target/item/5105-<wbr>serve-lunit%C3%A0-ma-senza-<wbr>cadere-nel-politicismo</wbr></wbr></wbr></a></p></blockquote>
<blockquote><p>Un programma per il futuro? Dall’abisso nel quale ci hanno portato il dominio del capitale e la compatibilità pressoché totale al sistema, grazie anche ad una sinistra tesa a smorzare le lotte ed a cogestire il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, non si potrà uscire se non attraverso un mutamento radicale, un programma che non parli semplicemente di riforme, ma di conflitto e di rivoluzione. Non da ora la politica dei banchieri e delle multinazionali detta legge sulla vita di noi tutti, ma finora l’illusione sviluppistica e consumistica ci ha resi ottusi, elargendoci allegramente le briciole del banchetto assassino imbandito dal Nord del mondo ai danni di un Sud sempre più povero e depredato.</p>
<p>Che cosa mai potremo aspettarci da coloro che sono stati afoni, e alla fine anche conniventi, rispetto alle guerre contro i “popoli di troppo”? La Somalia, l’Iraq, la Yugoslavia, l’Afghanistan sono le tappe insanguinate (e non ultime) delle “guerre umanitarie” che hanno permesso all’imperialismo di consolidare il proprio dominio sul mondo e di ipotecare il futuro di liberazione dei popoli; ma hanno anche corrotto culturalmente e moralmente, oltre che impoverito economicamente, le classi subalterne degli stessi paesi vincitori.</p>
<p>Lo stesso dicasi per il tema lavoro. Un lavoro che inquina e uccide non è accettabile. Quando ci chiederemo finalmente che cosa, come, perché, per chi produrre? I guasti ai danni del Pianeta sono già quasi irreversibili, come lo sono i disastri economici e sociali nei confronti delle popolazioni sottoposte da secoli alle rapine coloniali e imperialistiche di cui costituiscono il triste corollario la desertificazione ambientale e l’emigrazione forzata.</p>
<p>Ora anche nell’Occidente “ricco” i nodi vengono al pettine: l’imperativo categorico del “produci consuma crepa”, con cui il capitalismo industriale e bancario aveva legato ai propri interessi i lavoratori devastando con catene dorate la coscienza di classe, si è ridotto a un semplice e brutale “crepa”, fatto di disoccupazione, precarietà, malattia, distruzione ambientale, incultura , privatizzazione dei servizi, debiti insolvibili, guerra tra poveri, solitudine e disperazione.</p>
<p>Esiste un rimedio possibile a tutto questo?</p>
<p>La Valle di Susa da quasi un trentennio in lotta contro il Tav, la militarizzazione del territorio, i grandi sporchi interessi del partito trasversale degli affari, sta sperimentando che, insieme, si può lottare, difendersi, inceppare gli appetiti di poteri forti che sembravano invincibili. Ha anche capito che non si deve delegare ad altri la difesa della vita e del futuro, né scendere a mediazioni e a compromessi, perché ci sono beni e diritti irrinunciabili ed inalienabili. L’Europa di Maastricht ci vorrebbe condannare a ruolo di corridoio di traffico per merci e capitali, delocalizzazione del lavoro e deportazione di lavoratori: contro tale modello dissennato e irresponsabile abbiamo trovato la solidarietà di persone e popolazioni che, come noi, da tante parti del mondo, si oppongono a questo sistema subdolo e violento. In questi giorni la Valle ha accolto la marcia dei sans papiers e migranti: li sentiamo fratelli e compagni di una lotta contro il nemico comune, il capitale che nega libertà di movimento alle persone, ma lo garantisce al mercato.</p>
<p>Dunque un’unità grande ed autentica sarebbe indispensabile, ma è sul piano delle lotte reali che si possono trovare compagni, chiarezza di obiettivi, forza, prospettive per il futuro, programmi non semplicemente elettorali. Il momento è difficile, il cammino accidentato, ma esistono la ragione e la forza per cambiare. D’altra parte, “… non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene, ma abbiamo un mondo intero da guadagnare”.</p></blockquote>
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		<title>Tempi supplementari</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Aug 2012 12:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[SEI TESI PER UNA UNITA' UTILE]]></category>

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		<description><![CDATA[Tempi supplementari &#160; Fabio Nobile, segretario PdCI di Roma &#160; http://fabionobile.wordpress.com/2012/08/06/tempi-supplementari/ &#160; &#160; Un copione già visto, peccato che il film sia completamente diverso. La carta d’intenti di Bersani, nella sua generica e suggestiva volontà di indicare una prospettiva di nuovo corso per il Paese, è divenuta la cornice dentro cui rischia di prevalere, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6825" rel="attachment wp-att-6825"><img class="alignleft  wp-image-6825" title="e" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/08/e-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Tempi supplementari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Fabio Nobile, segretario PdCI di Roma</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://fabionobile.wordpress.com/2012/08/06/tempi-supplementari/" target="_blank">http://fabionobile.wordpress.<wbr>com/2012/08/06/tempi-<wbr>supplementari/</wbr></wbr></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un copione già visto, peccato che il film sia completamente diverso. La carta d’intenti di Bersani, nella sua generica e suggestiva volontà di indicare una prospettiva di nuovo corso per il Paese, è divenuta la cornice dentro cui rischia di prevalere, a sinistra, il politicismo sulla politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La questione Monti non può essere derubricata a parentesi crociana, dopo la quale tutto sarà come prima. Ciò significherebbe non cogliere il quadro generale, la crisi e la sua gestione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ chiaro che la dialettica aperta dalla crisi a livello globale ed europeo punta a ridefinire le gerarchie di poteri tra i diversi Paesi, insieme al peggioramento complessivo delle condizioni economiche, politiche, sociali dei lavoratori e delle masse popolari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se questo è vero, ed è difficile affermare il contrario, anche in Italia c’è bisogno di costruire un punto di riferimento politico chiaro che indichi una strada alternativa di politiche e di prospettiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’asse Bersani-Vendola aperto all’UDC è senza dubbio la riproposizione sbiadita del centrosinistra sempre più centro e che assorbe in sè la novità Monti. Il tutto con la sinistra ridotta a comprimaria di un’alternativa disegnata nel libro dei sogni, ma concretamente in continuità con quanto realizzato in questi terribili mesi. Su questo punto le acrobazie di Vendola sono patetiche. Vendola e soprattutto gli elettori di SeL lo devono sapere: prima o dopo le elezioni (ma cosa importa?) PD e UDC convergeranno nel Governo del Paese. O ci si sta a questo gioco o non ci si sta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una situazione ben sintetizzata da Casini nel suo profilo facebook a proposito del dibattito nel centrosinistra:” Un anno fa Berlusconi sottoscrisse la lettera di impegni richiesta dalla BCE all’Italia. Recentemente abbiamo sottoscritto il fiscal compact e messo il pareggio di bilancio in costituzione. La strada della prossima legislatura è segnata, ed è quella nel rispetto dell’impegno con l’Europa. Il resto sono chiacchiere d’Agosto.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le stesse dichiarazioni di Monti sulla possibilità che l’Italia usi il Fondo Salva Stati fanno aumentare le preoccupazioni. Nelle stanze della BCE si parla di nuovi memorandum, ovvero di provvedimenti antipopolari per chi accederà al Fondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per quanto riguarda la FdS, in assenza della certezza con quale legge elettorale si andrà a votare, quello su cui è possibile ragionare è la strategia. Un elemento che va consigliato a tutti. Ad esempio se passasse l’ipotesi di premio al primo Partito salterebbe la logica delle coalizioni e in questo caso sarebbero poco eleganti precipitosi passi indietro rispetto alle posizioni prese frettolosamente sulle alleanze. E poi avere in testa una strategia aiuta ad avere una tattica.</p>
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<p>La strategia è battere in questo Paese le politiche imposte dalla BCE, in connessione con il resto della sinistra comunista e antiliberista d’Europa, costruire una soggettività politica conseguente e aprire una prospettiva che vada nella direzione opposta. Un punto di vista altro da quello dominante e che oggi permea a diversi gradi tutte le forze politiche del centrodestra e del centrosinistra.</p>
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<p>Nella sostanza il compito strategico è riaprire anche in Italia la questione del socialismo. Costruendo una sua percezione concreta fatta di passaggi intermedi contenuti anche nella Costituzione nata dalla Resistenza. Nel rovescio delle cause della crisi sono presenti gli elementi di socialismo da rendere comprensibili: Programmazione e gestione pubblica in economia contro l’anarchia del mercato; redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso che significa più salario diretto, indiretto e differito; più democrazia e partecipazione nelle istituzioni, nella società e nei luoghi di lavoro; politiche di cooperazione tra i popoli e no alla guerra. Battaglie da riversare in un’altra ipotesi d’Europa. Poche questioni traducibili in un programma concreto ed in parte presenti nei punti indicati dalla Fiom il 9 di giugno.</p>
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<p>Su questo terreno, a partire dall’opposizione a Monti, la sinistra dovrebbe trovare una convergenza e attivare da subito una mobilitazione. Il prossimo autunno non può essere il periodo del silenzi o della mera disputa elettorale, non sono certo le primarie a cambiare i rapporti di forza. In Italia pesa la scarsa autonomia del sindacato, in particolare della CGIL, dal PD. Non è un caso che di fronte al disastro di Monti si sono avute solo 3 ore di sciopero. Ma non per questo si può rimanere fermi; farlo significa condannare i lavoratori alla passività.</p>
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<p>Vendola, dal canto suo, ha deciso di confrontarsi prima con chi sostiene Monti e poi di scaricare chi è all’opposizione di questo, FdS e IDV.  Dentro questa macroscopica contraddizione ci sarà lo spazio per agire o no? Queste forze, insieme a tutti coloro che sui contenuti convergono contro il governo, devono convergere ed esprimersi in una grande mobilitazione per l’autunno. La manifestazione del 12 maggio dice che lo spazio c’è. E’ possibile che questa spinta consigli Vendola a rivedere i suoi piani? Difficile, vista la sua strategia di costruire una forza plurale e post ideologica dentro il PD, ma non si può essere subalterni anche a lui, alla sua strategia e non parlare alla sua base.</p>
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<p>In tale quadro i ritardi della Federazione della Sinistra sono inaccettabili. Il corteo del 12 maggio è stato lasciato un appuntamento sospeso senza conseguenze nè interne nè esterne: un’occasione buttata al vento. Non si può accusare la stampa malevola se non si producono fatti politici significativi. Ci si è persi nell’infinita ed improduttiva discussione interna sulla sola collocazione elettorale restando completamente paralizzati, mentre il mondo si continuava a muovere con una mutazione permanente delle forze politiche in campo, da Grillo, alla lista dei sindaci, dalle divisioni dell’IDV, a quelle in SeL, a tutta la composizione e scomposizione avviata nel centrodestra.</p>
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<p>Con quali rapporti di forza la FdS, mai citata da nessun interlocutore a destra e a sinistra, si presenta in questa situazione in movimento? Quali iniziative sono state intraprese per costruire il polo di sinistra di cui si parla ormai da anni? Quale valorizzazione a livello nazionale si è data, ad esempio, all’esperienza di Napoli? Quante contraddizioni sono state aperte ed utilizzate a questo fine con gli interlocutori principali? Quanto aiutano le dichiarazioni contrastanti di PdCI e Prc ad indebolire ogni capacità d’influire sul quadro generale? Quanto pesa l’incapacità di non aver costruito un processo di unificazione tra i due principali partiti comunisti del Paese?</p>
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<p>La condanna della FdS alla marginalità, o ancor peggio alla subalternità da “cappello in mano”, sono frutto di questa paralisi e non è responsabilità del destino cinico e baro. Lo stesso Di Pietro è arrivato prima addirittura sui referendum per il ripristino dell’art.18. Anche questo si può definire un record.</p>
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<p>A coloro che a sinistra e nella FdS già hanno deciso, in qualunque caso, con qualunque programma, con qualunque memorandum, in caso di qualunque guerra, di fare un accordo di governo con il PD va consigliata cautela. Primo per la legge elettorale che potrebbe non prevedere alleanze. Secondo, non per importanza, perché un programma di governo condiviso tra FdS e PD era già ritenuto da tutti impossibile (compreso dal PD) ai tempi di Berlusconi. Non si capisce come possa esserlo dopo Monti. I vincoli posti nella carta d’intenti, le uniche vere indicazioni chiare di Bersani, sono tali da rendere ininfluente la presenza della sinistra: vincolo di approvare a maggioranza i provvedimenti su cui c’è divisione, vincolo sulle missioni internazionali, vincolo sulle politiche della BCE, solo per citarne alcuni.</p>
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<p>Si provi ancora, seppure in colpevole ritardo, a lavorare all’iniziativa politica. Alla luce di questa si apra sulla collocazione elettorale una discussione ed una consultazione tra tutti gli iscritti alle forze che compongono la FdS. Una scelta si dovrà fare, ma sia vincolante per tutti. Lo deve essere perché non si può, ancora una volta, rompere un pezzo di unità strategica su un passaggio tattico. Unità dei comunisti, unità della sinistra, sono obiettivi da praticare, nella chiarezza della prospettiva, ogni giorno e non sono da evocare ad intermittenza. E credo sia chiaro a tutti che la rottura della FdS rappresenterebbe il fallimento definitivo dei suoi gruppi dirigenti.</p>
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<p>Di fronte al baratro in cui siamo noi e il Paese in realtà il tempo è scaduto, ma c’è da sperare nei supplementari.</p>
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		<title>G. Fresu: Una tesi preliminare a ogni discussione: il partito.</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Aug 2012 02:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[SEI TESI PER UNA UNITA' UTILE]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Gianni Fresu       Mi è stato chiesto di rispondere, o fornire il mio contributo, alle sei tesi avanzate per una discussione tra i comunisti ovunque collocati. Spero di non deludere nessuno ma, prima ancora di affrontare i sei quesiti, ognuno dei quali richiederebbe una trattazione specifica, ritengo ci sia un nodo politico, somma sintetisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Gianni Fresu</p>
<p><a href="http://www.comunistiuniti.it/?attachment_id=6819" rel="attachment wp-att-6819"><img class="alignleft  wp-image-6819" title="cf6767b3d8_6056637_med" src="http://www.comunistiuniti.it/wp-content/uploads/2012/08/cf6767b3d8_6056637_med-300x199.jpg" alt="" width="393" height="260" /></a>      Mi è stato chiesto di rispondere, o fornire il mio contributo, alle sei tesi avanzate per una discussione tra i comunisti ovunque collocati. Spero di non deludere nessuno ma, prima ancora di affrontare i sei quesiti, ognuno dei quali richiederebbe una trattazione specifica, ritengo ci sia un nodo politico, somma sintetisi della stretta connessione dei problemi di teoria e prassi. Personalmente ritengo prioritario occuparci del “soggetto incaricato di offrire un’alternativa al capitalismo”, esattamente ciò di cui maggiormente ci siamo disinteressati fino ad ora. Parlo ovviamente a partire dai miei venti anni di militanza nel PRC, partito del quale faccio ancora parte pur essendomi defilato dimettendomi dagli incarichi pregressi e rinunciando ad averne altri. In Rifondazione, a partire dagli anni d’oro del bertinottismo, c’è stata una rincorsa fideista a un’idea malsana e feticistica della “innovazione”, tradottasi in una infantile presa di distanza dalle «grandi categorie della politica novecentesca». A mio avviso, la cosiddetta crisi della politica non è dovuta alla loro persistenza, semmai al progressivo affermarsi di altri paradigmi e al prevalere di rapporti fiduciari-oligarchici nella costruzione di partiti e rappresentanze istituzionali. Dico questo perché non mi sembra affatto che le grandi categorie del XXI secolo, quelle dell’innovazione, del saper fare, della contaminazione, abbiano prodotto una svolta. Anzi, il mio partito ha dovuto fare i conti con gli stessi problemi di tutti gli altri partiti – anche da extraparlamentari – dopo una lunga stagione di smantellamento dell’idea del partito di massa. Il rapporto senza filtri tra leader e masse adoranti, che si può esprimere nelle adunate come nelle forme assembleari, non ha portato maggiore partecipazione, ha determinato semmai l’emergere di una concezione sempre più mediatica dell’organizzazione politica. Essa contribuisce a edificare nuove oligarchie politiche difficili da controllare e, in quanto tali, indiscutibili, non è la liberazione di nuove energie democratiche. In questi anni ci si è interrogati spesso sulla cosiddetta «crisi della politica», senza però andare mai al fondo dei nodi sul funzionamento dei partiti (selezione dei gruppi dirigenti e istituzionali) basato, in generale, sulla cooptazione fiduciaria attorno a singole personalità. Una delle più grandi questioni nella storia dei partiti di massa risiedeva proprio nella costruzione dei suoi gruppi dirigenti e nel rendere sempre più diffuse e collettive le funzioni di direzione ed elaborazione politica, non è un caso se nel “Partito nuovo” l’attività della formazione fosse una funzione dell’organizzazione, e non di un indistinto dipartimento cultura-scuola-università. Per questo ritengo prioritario ridiscutere profondamente quel che Gramsci definiva il «principio ottimo di proporzioni definite», ossia, il sistema di rapporti tra le diverse parti costitutive dell’organizzazione partito. Nell&#8217;idea carismatica della direzione politica la linea sorge dall&#8217;intuizione intellettuale del leader, dal suo costante tentativo di far satare il banco con i colpi di teatro. Personalmente l’ho detto e scritto in diverse occasioni, se si vuole riaprire una prospettiva all’idea di un partito comunista, e non ricadere nelle consolidate brutte abitudini del passato, occorre celebrare, definitivamente e senza troppe preoccupazioni, un funerale alla politica intesa come costante ricerca della mossa del cavallo, tumulando nella tomba il suo carico di cadornismo e plebiscitarismo. La degenerazione leaderistica produce molteplici effetti negativi: 1) rafforza lo spirito di delega passiva, attenuando, con il senso di responsabilità, la consapevolezza del proprio ruolo di direzione politica in quadri di base e intermedi; 2) da corso a un processo malsano di emulazione dove alla costruzione di quadri si sostituisce la clonazione del leader, imitato in tutto, nel linguaggio e nelle pose, da una massa acritica di manovra, fatta di fan adoranti sedotti dalla sua oratoria brillante; 3) favorisce la formazione di una linea politica la cui coerenza e organicità è strettamente connessa alle caratteristiche intellettuali del capo, perché non è il frutto di un’elaborazione collegiale, filtrata e mediata da una discussione che coinvolge l’intero partito, bensì della creativita personale del leader. Non è un caso, se all’idea del segretario di sintesi si sostituisca, in questi casi, il segretario di maggioranza che tiranneggia l’organizzazione in virtù del consenso ottenuto in sede congressuale. Il «bonapartismo», perché a questa categoria bisogna fare affidamento, incardina qualsiasi violazione della legalità sul principio della volontà popolare e non riconosce alcun organo intermedio tra la volontà del principe e quella del popolo. Il bonapartismo è la teorizzazione della volontà individuale, scaturita in origine dalla volontà collettiva, ma emancipata col tempo per divenire a sua volta sovrana, proprio l&#8217;originaria natura democratica costituisce la legittimazione anche del suo presente antidemocratico. Attraverso il plebiscito esso finisce per congiungere la democrazia con l&#8217;autocrazia. Per il «bonapartismo» anche l&#8217;indipendenza e l&#8217;eventuale opposizione a un proprio atto da parte di corpi intermedi, sono un attentato alla volontà popolare che ha posto attraverso il voto il potere del principe al di sopra di ogni altro organismo. Così, se uniamo i punti fondamentali del percorso politico del PRC nel decennio 1998 2008 ne viene fuori una linea a zig zag. Abbiamo affermato tutto e il suo contrario, seguendo mode, vezzi e fenomeni puramente congiunturali. Abbiamo, di volta in volta, innalzato altari sacri ai vari Toni Negri e Marco Revelli, siamo stati zapatisti, disobbedienti, non-violenti, quindi “realisti iper-istituzionali”. Abbiamo demolito il Partito e i circoli, definendoli «polverosi musei dell’agire politico novecentesco», indicando sempre altrove (movimenti, social forum, e via dicendo) il “nuovo” terreno dell’agire politico, per poi stupirci che il Partito si era volatilizzato. Detto tutto questo, penso che la sfida per riaffermare l’attualità di una prospettiva comunista non possa prescindere dal radicale ribaltamento della concezione stessa del partito. Il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé è un processo che può dispiegarsi appieno solo attraverso il sovvertimento dei vecchi schemi naturalistici dell&#8217;arte politica, dall&#8217;abbandono completo di un modo dualistico di intendere il rapporto tra direzione politica e masse, in ragione del quale il politico diviene una sorta di sacerdote incaricato di interpretare i sentimenti delle masse popolari per tradurli poi in direttive politiche che esse devono applicare meccanicamente, se non militarescamente. In una fase come questa, nella quale i comunisti in Italia sono reduci da un carico enorme di errori e sconfitte, tale da polverizzarli sulla scena politica, penso si dovrebbe discutere preliminarmente di questo. So bene che sul piano della logica prima bisogna scegliere la meta e poi pensare al mezzo di trasporto adeguato, ciò nonostante, la questione della forma partito per i comunisti è un problema persino più serio rispetto alla linea da perseguire sul versante sindacale, delle alleanze, del modello di società che s’intende proporre. Il problema dei rapporti tra dirigenti e diretti, all’interno del partito e nei rapporti tra partito e società, punto nodale dell’elaborazione e della battaglia gramsciana, non è mai stato affrontato seriamente e organicamente fino ad oggi da nessuna organizzazione esistente o esistita. Senza rimuovere il bubbone, anche la migliore linea politica finisce vittima della legge ferrea delle oligarchie, grandi o piccole, e dell’eterogenesi dei fini che porta a trasformare, appunto, il partito, o ancora più direttamente il ruolo istituzionale dei suoi rappresentanti, da mezzo per raggiungere il fine a mezzo esso stesso. Molte delle riflessioni qua sintetizzate le ho espresse in più occasioni, mi scuso con quanti hanno avuto modo di imbattercisi già in passato, ma, da buon sardo, ho una insopprimibile tendenza a essere testardo, anche a costo di apparire ripetitivo o noioso. Fraterni saluti Gianni Fresu
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